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Non chiamatela fortuna

Non chiamatela fortuna. Neanche se segni rimpallando di schiena il rinvio del portiere. Perché se perdi tre giocatori per infortunio, rispettivamente al 3°, al 33° e al 39° del primo tempo, non puoi certo definirti fortunato, anzi. Ceppitelli, Faragò e Dessena. In rapida successione.

E se il primo è stato sostituito dal solito Pisacane, una costante positiva anche quando non dovrebbe giocare (vedi Bologna), ecco che il cambio di Faragò è stato un po’ più drammatico, con l’ingresso in campo di van der Wiel. L’olandese è apparso comunque in crescita nel finale, ma prima di entrare in partita nel secondo tempo, ha faticato e non poco, provocando più di un mugugno dagli spalti. Pagando naturalmente anche una colpa non sua, quella di prendere il posto dell’assist man Faragò, uno dei più in forma tra i rossoblù.

Poi Farias per Dessena. Non una grande prestazione per il capitano, tanto che l’ingresso in campo del brasiliano è stato accolto positivamente, quanto meno in virtù della spinta offensiva del numero 17.

Certo – e questo è fuori di dubbio – un pizzico di fortuna, per usare un eufemismo, ci vuole. E c’è voluta per riaprire la partita – una partita stranissima – a inizio ripresa, con il lancio tragicomico di Viviano e la palla che carambola in rete lemme lemme dopo la deviazione dello stesso Farias. Ma ci vuole, e c’è voluto, anche tanto cuore. La grinta e la determinazione dei rossoblù è stata decisiva, nell’aspettare pazienti un evento favorevole lungo la partita e poi nell’aggrapparsi a quello per provare a recuperarla. Il forcing rossoblù è cominciato dunque un minuto dopo l’1-2, con il colpo di testa di Pavoletti su cross di van der Wiel e la straordinaria parata di Viviano, che nulla invece ha potuto tre minuti dopo sempre sullo stesso centravanti, assistito da Ionita.

Le rimonte con Benevento, Verona, Sampdoria. Sempre nel secondo tempo anche il gol di Joao Pedro a Udine e quello di Pavoletti contro l’Inter, che avrebbe riaperto la gara se i nerazzurri non avessero subito triplicato con Icardi. Non chiamatela fortuna. Chiamatelo cuore. Quello che al Cagliari di López – almeno fino a ora – certamente non manca.

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