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Il dribbling di... Mario Frongia

IL DRIBBLING DI… Mario Frongia. Cagliari, l’orribile valzer del perdente

La presidenza rossoblù passa dagli insulti in diretta tv su Sky a un comunicato che declassa una holding interessata al club come neanche nei tornei amatori

Sei sprofondato come peggio non potevi. Hai perso in casa di un Venezia – acqua passata? No, fa ancora molto male e sarà così anche a seguire – quasi imbarazzante eppure più forte. Con sei titolari fuori, i ragazzini in campo, retrocesso da due turni, sponsorizzato dalla Fluorsid: forse non c’entra nulla ma, come segnala un lettore, non si sa mai. E ancora. Sapevi da quasi un’ora del suicidio casalingo della Salernitana. Eppure, sei stato incapace di stare in Serie A nonostante avessi fatto uno dei peggiori gironi d’andata della storia del calcio italiano. Precipiti all’inferno nonostante il nono monte ingaggio della A. Hai sperato (dopo il miracolo targato Semplici) che qualcuno facesse peggio. Invece no. Anche lo Spezia, ceduto da un imprenditore italiano a un gruppo estero, con Thiago Motta sempre in bilico, un gruppo modesto e un calcio sparagnino, è riuscito a salvarsi.

Pazzesco. Il frutto di un delitto perfetto. Cucinato con un mix di presupponenza, gestione e strategia fallimentare, scarsa visione e competenza poco più che amatoriale. Un’opinione come tante? No, lo decreta il campo: 10 punti all’andata, 30 per andare al diavolo con Venezia e Genoa: una delle quote più basse di sempre. Vergognoso. Anche per tutti i sardi. E non si tratta di un luogo comune: residenti ed emigrati, sportivi o meno, pagano un dazio salato per il Cagliari che lascia la massima serie. Il sistema calcio è tra le prime dieci industrie del Paese. A cascata, direttamente e indirettamente, la serie A garantisce denari, visibilità, promozione e reputazione dei luoghi, delle città, delle regioni. The end, il film è finito. Ed il tempo di rimarcare chi, come e quando ha deciso lo scempio.

L’uomo solo al comando. Mi spiace se ancora una volta devo ricorrere al libro di Paolo Albertari dal titolo “Un uomo è solo al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome è Fausto Coppi”. Paragonare una leggenda dell’umanità sportiva allo sfacelo disegnato e portato avanti con pervicacia dal presidente del Cagliari, può apparire una bestemmia. E forse lo è. Ma rende bene l’idea: la retrocessione, la seconda dal 2014/15, non è frutto del caso. La colpa di una gestione che non necessita di commenti ma si rimarca ancora una volta con u fatti e i numeri non può essere solo colpa dei tanti presi e cacciati. Magari, di Zeman, Zola, Festa. Per non dire di Rastelli (record di 47 punti e undicesimo posto da debuttante e neopromossa dalla B, vinta!), Maran, Di Francesco, Zenga, Semplici, Mazzarri. Oppure, dei grandi affari, figurine vintage e giovani rampanti, presi e poi accantonati o mollati dopo promesse e strette di mano tradite, Nainggolan, fatti con l’Inter.

Da Crisetig e Longo fino ad Asamoah (fermo dal 2019 e preso a un milione di euro da gennaio a giugno per poco più di qualche ritaglio di gara) o Dalbert. Per non dire di Husbauer, Gonzalez, Mpoku, Paloschi, Thereau, Paloschi, Calabresi. Potrebbe essere che tra le chiavi del disastro seriale ci siano i preparatori. Cacciato Fabio Esposito, nonostante il Cronometro d’argento vinto come migliore della categoria, sono arrivati Michele Santoni, Agostino Tibaudi e Andrea Caronti. Anche se presentati con i proclami dell’eccellenza dal patron, quella squadra, preparatori doc o meno, con Lopez in panca si è salvata alla penultima giornata. Nuovo giro, nuova corsa. Liquidato il trio, ecco Roberto De Bellis. Miracoli? Neanche a parlarne. Ma è il caso di chiedersi se non ci sia dell’altro, magari proprio in chi decide queste sliding doors. Al Cagliari le porte girano senza sosta. Come per i direttori sportivi. Da Francesco Marroccu a Stefano Capozucca, Marcello Carli, Giovanni Rossi ex Sassuolo, Pierluigi Carta, di nuovo Capozucca. Una giostra senza vincitori.

Numeri impietosi. Intanto, arriva questo violento cazzotto in faccia. Duro e feroce, tanto da farti mangiare per mesi con la cannuccia. Per la tifoseria rossoblù la retrocessione significa grosso modo questo. Quel che è accaduto in questi ultimi anni di gestione societaria non necessita di analisi scientifiche: la cifra gestionale in avvio e a gara in corsa è sempre stata deficitaria, senza prospettive, povera di idee e contenuti, votata al marketing e ai proclami. La tragedia ha numeri precisi: nella stagione 2020-21 il Cagliari ha ricevuto 51 milioni di euro per i diritti tv. Diventeranno 8 milioni di euro circa. Certo, c’è il paracadute di 25 milioni. Ed è davvero incredibile che in tanti facciano paragoni avventati con il passato. E non si tratta solo di scomodare a casaccio Moi e Amarugi. Tempi diversi, senza le vagonate di denari delle tv. La storia è un filo unico con capitoli, avversari e interpreti diversi. La nostalgia e l’amarcord possono essere utili alla passione dei tifosi. Poi, ci sono i fatti. Ad esempio, la frase dello scorso agosto: “Sfido chiunque a sostenere che questa squadra sia inferiore a quella dell’anno scorso”. Indovinate un po’ chi l’ha detta? Esatto. O magari, quell’altra di inizio avventura: “Per il centenario mi piacerebbe avere un Cagliari che lotta per le coppe europee”. Il mittente? Avete già colto.

Godin, il Covid, lo Spezia. Ma queste sono piccole stupidate ripescate dalla cronaca spicciola. Peccato che le abbia dette lo stesso che ha, prima frase, preso a peso d’oro Godin per poi cacciarlo con ignominia dopo aver scelto per terza maglia il richiamo all’Uruguay: un’altra genialata!. O ha sempre rischiato di retrocedere, facendo comunque campionati – eccetto che con Rastelli e Maran – di retroguardia. Il campo, dunque. Poi, il resto. Se l’Indice di liquidità ha tenuto a freno la società, centomila euro spesi la scorsa estate, poco più di niente per avere Lovato, Goldaniga e Baselli (a proposito, pare non ci sia nulla di più falso sul fatto che sia stato Mazzarri a volere la mezzala “ferma” al Torino, ma la corte della disinformazione è sempre attiva). Poi, ci sarà sempre il Covid (ancora!) a coprire una gestione dilettantesca. Un lettore scrive: “Lasciamo stare le medio grandi: sta in A lo Spezia, comprato da un fondo, piazza periferica con incassi e tifoseria ridotta, una rosa modesta e un allenatore sempre in bilico, e va giù il Cagliari”.

Attualità che non lascia scampo. E siamo a oggi. Tutti in fila a friggere dietro le non notizie. La prima va pesata con attenzione: se il Cagliari si fosse salvato Stefano Capozucca neppure sarebbe ripassato dalla Sardegna. Invece, pare dica di sì. Il punto è nodale: se sarà capace di ottenere autonomia concreta da Giulini, a partire dalla gestione del mercato, in entrata e uscita, dalla scelta del tecnico e dello staff, magari verrà fuori qualcosa di buono. Viceversa, se lo userà per coprire le sue solite mosse, manovre opache, speculazioni, saremmo punto e a capo.

Il Ninja, che rimpianto! Un’altra considerazione riguarda le pernacchie, e i timori, sulle notizie di un’eventuale cessione. La premessa è obbligata: le tecniche manipolatorie, anche del mio mondo, sono stra-abusate e risalgono alla notte dei tempi. La notizia data in tv di una possibile passo indietro, conoscendo il modus operandi visto negli ultimi anni, pare una miscela già nota. Insultato robustamente dalla Nord – con scritte perentorie in mezza Cagliari che invitano a lasciar spazio ad altri – con applausi dagli altri settori, è stato inchiodato dalla pochezza della rosa. Priva di leadership e viene facile dire che Nainggolan – che ha ripetuto di essere stato tradito dal presidente – e con acquisti mai coinvolti pienamente nella lotta per non retrocedere. Un marasma. Con Agostini è stato bravo con la Primavera e può solo migliorare ma non sa fare i miracoli, ecco lo scoramento. E la retrocessione con un frastuono che ricorda una fucilata  E la sensazione di non poter più gestire il giocattolo con l’obiettivo di lucrare su tutto e tutti. Per carità per un imprenditore fare utile è il dogma.

Ma, ad esempio, è meglio non mettere in mezzo “l’amore per questa città e la Sardegna”. A seguire, si fa lanciare la news, data alla persona giusta che la gira al destinatario. Magari, dopo aver dato dell’infame in diretta tv a Fabio Caressa: follia allo stato puro, per un collega che, piaccia o meno, dirige la redazione sportiva di Sky. Ed è stato chiamato più e più volte, fin dalla realizzazione del film Chent’annos. Adesso, viene il bello. Con news che escono per sondare umori e scenari. Al Cagliari serve un direttore sportivo bravo e autonomo. Che possa scegliere un allenatore giovane e motivato con il quale dec idere chi deve rimanere e chi può partire. Per poi completare l’organico con pedine ad hoc. Il tutto senza intromissioni, interferenze e secondi fini. Sarà la volta buona? Il calcio di vertice dà sempre buoni ritorni. E un potere, diretto e indiretto, utile a cose buone e meno buone, dal rispetto della maglia ai colori sociali, alla tifoseria. Aspettare i ricavi dalle cessioni di Joao Pedro, Rog, Nandez, Marin, Cragno, Bellanova, Lykogiannis, magari Altare, Walukiewicz, pereiro, Deiola e Carboni, per poi decidere chi prendere e imporre a ritiro in corso o a fine mercato gli scampoli di fine stagione, è stato disastroso in A, figuriamoci in B. Poi, se le cose si complicano o diventano intricate si può fare un bagno di umiltà e un conseguente passo indietro.

Notarelle
Il caso Simeone. Ho finalmente potuto verificare da fonti affidabili cosa sia successo con Giovanni Simeone. Leonardo Semplici non c’entra nulla. Era pronto ad aspettarlo nel dopo Covid (aveva già segnato 6 gol). E aveva detto al patron di non cederlo. Ma il presidentissimo, che aveva già pregustato la possibilità di fare denari vista la situazione di cassa poco florida, ha deciso di cederlo. Ovviamente, con grande acume: a una diretta concorrente. Per poi sostituirlo all’ultimo momento con Keita, Baldè non in grande splendore in Francia e con un ingaggio stratosferico. A seguire,  le manovre mediatiche per dare la colpa a Semplici. Nulla di nuovo, almeno per me.

Tempistica. Sono passati troppi giorni dal frontale del Penzo. Può sembrare un secolo o cinque minuti fa. La cessione del club, tra comunicati che sanno di tarocco e silenzi, nessuno chiarisce. L’indecisione è quasi peggio della poca abilità imprenditoriale. Le due cose assieme sono tossiche. Sarà meglio provare a sbrigarsi. Per dire, Pecchia, o un altro tosto e motivato, poteva essere un’idea. Va altrove. Tudor chissà. E se Capozucca può scegliere realmente in libertà, meglio farsi anche un’idea anche di quel che pensa la piazza.

 

 

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