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ESCLUSIVA – Arrica: Cagliari Calcio, Coni, sport sardo e una passione senza confini

Da Gigi Riva alla corsa per la presidenza del Comitato olimpico. Aneddoti e ricordi accompagnano una sfida speciale

Stefano Arrica, una sfida nella sfida. Nel nome del padre Andrea, di un’epoca vissuta tra caffelatte e Oro Saiwa, di un gruppo, quello del Cagliari scudettato, con Gigi Riva imponente leader di rilevanza internazionale, che lo coccolava e lo teneva a bordo campo durante allenamenti e partite. “Mi davano un pallone, ero un ragazzino di dieci anni, pesava un quintale, faticavo a calciarlo. Al campo del Poetto, tirai anche un rigore a Ricky Albertosi: mi diede le spalle, si girò e lo parò con facilità”. Anche da qui, da pillole indimenticabili, l’idea e la visione che aiuta. A pensare per tutti e in grande.

Così, dopo decenni vissuti da praticante polivalente (calcio, tennis, golf, sport acquatici, motoristica) e da dirigente, dal Cus Cagliari, al Cusi, al Coni nazionale e con la Federgolf, una missione speciale: dare una mano seria e incisiva allo sport sardo. “Penso a tutti, nessuno escluso. Mi metterò a disposizione delle realtà isolane”. La corsa al Coni regionale, nel dopo Gianfranco Fara deceduto nel 2019 e in sella al Comitato di via Fais dal 1999, non può essere facile per nessuno. Stefano ci prova.

Con al fianco autorevoli e motivati interpreti quali Andrea Del Pin, Sergio Milia e Andrea Contini. Esperienze e visioni pregiate. Da sviluppare a favore dei club e delle società, degli amatori, delle nuove generazioni, degli studenti e della terza età: “La qualità della vita è fondamentale” aggiunge. Concetto basilare per un’isola in cerca da sempre di riscatti e rivincite. Arrica ci mette la faccia anche per proseguire un lavoro di coesione ed esaltazione dello sport sardo.

Le attività di tutti, dal professionismo alle realtà urbane, gli amatori e i dilettanti, le periferie, le strutture e i campetti dimenticati, i circoli, le palestre e le piscine da rimettere a norma. Un percorso con salite e criticità. Da affrontare con competenza, animo equilibrato e propulsivo. Capace di unire e amalgamare esigenze, luoghi e personalità differenti. “Da dove parto? Da mio padre. Un gigante, così come lo è stato Gianfranco Fara.

Passo indietro. Primogenito di Andrea Arrica, il dirigente che ha contribuito per la gran parte a un evento storico: lo scudetto, cinquant’anni fa in una terra fiera e orgogliosa. Ma ancora a trazione agropastorale.
“Sono stato fortunato, ero un bambino privilegiato, stavo a quei livelli con quei calciatori. Non me ne rendevo neppure conto. Poi, vincere uno scudetto, in Sardegna, in quegli anni: anche per i più giovani credo dia l’idea di cosa possa significare”

Proviamo a ricucire i ricordi. Cosa non dimentica?
“A breve, appena ci metteremo alle spalle la pandemia, pubblicherò un libro su mio padre e quegli anni. Di certo, non scordo la routine della domenica, accompagnavo la squadra, sempre in casa e spesso in trasferta. Ricordo il pranzo della squadra: mangiavano bistecche enormi, oggi impensabili, Arrivavo in via dei Salinieri, si giocava alle 14.30, l’Amsicora era al completo da metà mattina. Entravo negli spogliatoi, l’odore di canfora mi entrava nella pelle”.

C’è un aspetto particolare di quel mondo che merita la cornice?
Non uno, tanti. Da signor Remo, il calzolaio, al pallone da gara, messo su un trespolo fin dalla partita di quindici giorni prima. In una sacca c’erano i palloni per la rifinitura: Gigi, Greatti, Gori e gli altri avevano quello preferito. Altri tre palloni erano a disposizione dell’arbitro che li dava ai raccattapalle. Cose che oggi paiono fantasia”.

Gigi Riva è storia e mito. Qual è l’episodio che non scorda?
“In quinta elementare è venuto a prendermi a scuola. Ha parcheggiato la Dino Ferrari spider ed è salito in aula. Era bello come il sole, goleador famoso, sarebbe partito per i mondiali in Messico. La maestra è svenuta”.

Oltre a Riva, chi le stava più vicino?
Giuseppe Tomasini. Mio padre si occupava di carburanti e ai giocatori che sono rimasti a Cagliari ha dato una mano nel prendere una stazione di servizio. Tomas, così come gli altri, per mio padre era un figlio, considerato più di me e mia sorella”.

Circola una simpatica storiella su Nené. Cel racconta?
Claudio è stato un grande. Era affezionatissimo, veniva alle mie feste di compleanno, spuntava all’improvviso e faceva Buu! ai bambini. Era enorme, tutti si spaventavano e piangevano. Mi venne a trovare anche in clinica, dove ero ricoverato per un intervento di appendicite: inutile dire della gioia delle infermiere”.

Dal Cagliari campione d’Italia mezzo secolo fa a quello attuale, terzultimo in classifica. Come la vede?
“Il calcio è cambiato, così come il tifo, le abitudini, il contesto. Lo scudetto ha avvicinato i sardi, ha contribuito a costruire un ponte di rispetto e considerazione tra l’isola e il resto del mondo. Ovunque, sventola una bandiera con i Quattro mori, testimonianza e orgoglio dello scudetto del ’70. Adesso, ci sono i social media, comunicazioni in tempo reale, interessi economici imponenti e purtroppo, anche ultras violenti e razzisti. I fiaschi di rosso, le teglie di malloreddus e la salsiccia sulle gradinate dell’Amsicora, con la tromba di Marius a dare la carica, sono un ricordo ancora caldo”.

Dal 1970 al 2021, nel bene e nel male un universo ribaltato….
“Il Cagliari di allora ha vinto lo scudetto con quattordici giocatori. Oggi non sta esprimendo quel che dovrebbe garantire una rosa di trenta, con alcuni intrepreti di valore. In questi momenti la società deve fare la differenza e avere la consapevolezza che la categoria va difesa tutti assieme. Ho collaborato con Massimo Cellino per diversi anni: quando la classifica scricchiolava sapeva sempre cosa fare senza perdere troppo tempo”.

È una questione tattica, l’allenatore in difficoltà, il mercato sbagliato, alcuni big non al top?
“Da fuori è difficile giudicare. Adesso, il gruppo deve sapere che ha dietro la società, ma non penso si tratti di una condizione fisica approssimativa. Devono mettercela tutta, il Cagliari vale oro per l’intera Sardegna. Certo, quella con la Lazio non era la partita esatta per fare punti facili. Sembrava avessero paura dei loro mezzi, hanno sbagliato cose semplice. Credo sia una questione mentale, se si sbloccano ne vengono fuori. Magari proprio contro l’Atalanta”.

Torniamo al Coni. Come nasce la candidatura?
“Ho respirato sport e valori sportivi fin dalla culla. Ho vissuto la carriera di mio padre, percepito situazioni complicate, decisioni e scelte da prendere con grande attenzione. Da dirigente e da atleta ho partecipato a eventi in cui ho contribuito a difendere i colori della mia regione. Da tempo, amici sportivi, società e federazioni me lo chiedevano. Ho declinato, non sono voluto andare mai contro Gianfranco Fara. Adesso, anche grazie all’incoraggiamento e al supporto di Giovanni Malagò, ho deciso di provarci”.

Quanto pesa e motiva la richiesta del presidente nazionale del Coni, reduce dall’aver vinto la battaglia per avere l’Italia con inno e bandiera alle prossime olimpiadi di Tokyo?
“Tantissimo (sorride, ndr).. Con Malagò abbiamo trascorso tante vacanze assieme. Ci conosciamo da bambini e condividiamo lo stesso concetto di organizzazione, competenze acclarate, sport e occasioni per tutti, etica e innovazione. Da Roma mi hanno chiesto di scendere in campo. Da Cagliari a Sassari, hanno fatto il bis. E ho accettato. Il Coni nazionale sarà a favore di tutti gli sportivi sardi, nei fatti concreti e non con i proclami. 

Quali sono le principali priorità per la Sardegna?
“Ascolterò tutti, dalle discipline associate alle federazioni, gli enti. Tutti, proprio tutti. Andrò di persona nei luoghi, per vedere e capire.  Con Andrea Contini, Sergio Milia e Andrea Del Pin abbiamo fatto squadra, messo assieme idee e progetti, condiviso regole e visioni. Ci confronteremo con le realtà territoriali, le istituzioni, dalla Regione al comune, in maniera organizzata e su tutti i fronti, a partire dalle norme e dalle opzioni di sviluppo”.

Un Coni attento, solidale e moderno. Poi?
“Dobbiamo stare al passo con i tempi. Avremo una comunicazione puntuale, sui social, dobbiamo curare le relazioni di un mondo in ripresa: lo sport sardo deve ritrovare fiducia, le attività sono state congelate per la pandemia. Dovremo aiutare le società a ripartire. Serviranno risorse, tecnici, finanziamenti”.

Che posto ha la scuola e la terza età nella vostra agenda?
“Sono questioni primarie. Si ricomincia a ragionare dalle nuove generazioni. I ragazzini sono il nostro bersaglio e mi viene in mente quanto sia stato utile per noi fare educazione fisica. Oggi si deve proporre un concetto simile, che sposi aggregazione, inclusione, passione per il gioco e il rispetto delle regole e degli avversari. Un filo verde che parte dalle elementari e arriva allo sport universitario”,

Cosa risponde a chi dice che lo sport è malato?
Chi la pensa così sbaglia. Ci sono situazioni che vanno affrontate, aiutate, sostenute. Per gli aspetti politico-istituzionali occorre condivisione e sinergia. Le amministrazioni pubbliche, la presidenza, la Giunta e gli assessorati regionali, le municipalità sanno che serviranno risorse per tutto lo sport. Tutti assieme dobbiamo dare una mano. Con me ci saranno compiti e condivisione, figure competenti che conoscono la materia”.

In politica ai candidati viene fatta una domanda trita e ritrita: cosa farà nei primi cento giorni?
“Intanto, non dico bugie come spesso capita alla vigilia delle elezioni (per il rinnovo del Coni Sardegna si vota il 13 marzo, ndr). Quando si entra in un grande o piccolo centro di potere è difficile che si possa fare tutto, bene e subito. Mi presenterò alle realtà sportive, una per una per, ripeto, sentire e capire.  Siamo fermi da un anno, serviranno sforzi e partecipazione comune”.

Qual è lo slogan di Stefano Arrica?
“Lo sport sardo ci sentirà vicini”.

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