IL DRIBBLING DI… Mario Frongia. Cagliari, il lupo e il vizio

Scelte, tempistica, competenze che latitano. Per non parlare dei modi e della qualità delle relazioni. La sintesi di una gestione balbettante che ha scaraventato la squadra in B

Tra educazione e dignità. Dite “disco rotto”. Ma avere memoria per i cronisti è un  dovere. Per i tifosi, meno. Quindi, quando ne vale la pena, finché i fatti ideati e portati avanti dal presidentissimo, direttamente o meno, saranno sempre gli stessi, ci saremo. D’altronde, gli spunti non mancano. La squadra è stata ben allestita – mancano un centrale e un terzino destro, chissà se terranno Nandez, Pereiro e Walukiewicz o i giovani Desogus, Kourfalidis e Lella? – e fa già vedere sul campo di avere una fisionomia e un carattere preciso. La stagione è lunga. Poi, c’è il resto. Tra campo e fuori. Paolo Faragò, ad esempio. Va al Como. A titolo definitivo dopo cinque anni di peregrinazioni. Un amore mai sbocciato? Pare di sì. Premesso che è normale l’addio tra società e tesserati. Aggiunto che non parliamo di De Bruyne, Kros, Kimmich o Arnold. Sottolineato che, però, se nel Cagliari c’è spazio per Di Pardo, Zappa, Carboni, Obert, Goldaniga, Deiola e Lella, alcuni di questi avvantaggiati dall’età, non sarebbe stato strano che anche Faragò potesse competere per una maglia.

Invece, tutto come sempre. Il patron mette l’out. Nessuno sa perché ma non lo sopporta. L’ex Novara e Lecce non viene convocato per il ritiro del 3 luglio. Si muovono gli avvocati: se non viene reintegrato deve avere a disposizione un tecnico e un preparatore abilitati, campo e palestra per potersi allenare. Denari da spendere, dunque. Immediata la retromarcia del club. Paolo Pancrazio si unisce al gruppo. Mai una polemica o una parola, tanto impegno e determinazione. Lo stesso Liverani gli promette una mano d’aiuto, lo tiene in considerazione. Lui non molla. Ma entrambi sanno che le direttive sono chiare. Silurato. E in contemporanea appaiono articoli sotto dettatura o quasi in cui si dice che non ha mercato per le precarie condizioni fisiche. Fake penosa!

Ambiente malato. Il mondo del calcio è anche questo. Ha regole ferree. Tra queste, una è nitida: mai dire cosa succede in un club anche se hai preso vergognosi calci in faccia. Un domani potresti incrociare presidente, ds, allenatore, agenti. E la pagheresti, anche di rimbalzo. Ma l’omertà talvolta si sgretola, trapela un mugugno, una confidenza, un dispiacere. Tanta amarezza. Al Cagliari come altrove, chi più chi meno, è successo. Certo, in modi diversi come differenti sono i calciatori, con esperienze, personalità e procuratori. E dignità. La storia del pallone è zeppa di figure anche forti e conclamate che hanno saputo dire no, grazie al padroncino di turno. E per questo l’hanno pagata cara. Ma queste sono altre storie. Intanto, l’elenco dei piccoli grandi mugugni, mai venuti pienamente alla luce, cresce. Mugugni e giudizi tenuti dentro, diluiti dal tempo, da educazione, carriera e altre situazioni. Comunque indicative di un ambiente complicato. Forse, intossicato da una gestione deficitaria. E guai a chi parla di “i soldi sono suoi”.

Per stare dalle parti del Sant’Elia è sufficiente pensare ai “saluti” e mancati rinnovi di Srna, Ladinetti, Storari, Simeone, Borriello, Padoin, Nainggolan, Rafael, Nandez, Godin, Caceres, Tripaldelli. O ai preparatori, da Esposito a Santoni, Tibaudi e Caronti, a De Bellis, a un signor professionista che risponde al nome di Gianfranco Ibba. O ancora ai ds Giovanni Rossi e Marcello Carli. Addii silenziosi ed eleganti – tutti o quasi negherebbero sotto tortura – quanto infelici dei modi. Come quelli dei team manager Marcello Sanfelice e Roberto Colombo. Sono freschi quelli di un pezzo del Settore Giovanile. Del giornalista Roberto Montesi e del social media manager, Simone Ariu. Per stare al settore, è impossibile scordare l’aver dato dell’infame in diretta tv a uno dei più noti e accreditati anchorman italiani, Fabio Caressa. Una perla che offre da sola una misura esauriente. E qualcuno ricorda l’addio di Gianfranco Matteoli e di Vittorio Pusceddu, cacciato dalla guida della Primavera senza una parola e dalla mattina alla sera, e di Martino Melis dall’Under 17.

La storia è nota. Per non parlare della “genuinità” dei comportamenti avuti con Zola, Casiraghi, Festa, Zenga, Legrottaglie, Semplici e Mazzarri. Dello stesso Massimo Rastelli: qualcuno rosica, ma i 47 punti e l’undicesimo posto in A, da debuttante con una neopromossa, sono sempre il top in questa gestione e tra i migliori risultati di sempre. Allenatori troppo corretti e rispettosi per parlare. Mai una sillaba. Ma di certo non fessi. Per una visuale corretta sarebbe curioso conoscere, vi piacciano o meno, anche il pensiero di Eusebio Di Francesco e di Rolando Maran. O quello di Daniele Conti e Alessandro Agostini. Persone in carne e ossa ancora prima che professionisti. Che possono aver fatto bene o meno per i colori rossoblù. Poco importa, ambiente e tifoseria conoscono, sanno e intuiscono cosa accade tra Asseminello e la sede di via Mameli, che pare sia in vendita. In rossoblù c’è stato anche un vice presidente mentore del presidentissimo, Stefano Filucchi. Testa pensante, esperta e competente come poche, in A come nell’industria pesante, andato via da un pezzo e chissà perché. Per stare al cda sono stati salutati senza enfasi pubblica anche Nicola Riva e Massimo Delogu, cognomi pesanti nella storia del Cagliari.

Qualcuno dirà, magari si annoiavano a prendere nota di cose che decideva senza contradditorio sempre la stessa persona. E il già procuratore aggiunto del Tribunale di Cagliari, Mario Marchetti, non è più a capo dell’Organismo di vigilanza del club. Ciclici avvicendamenti? Può darsi. Ma lo sapevate? I soliti fenomeni diranno “chissenefrega”. Bravi. Al netto delle rotazioni e delle questioni personali, le sliding door rossoblù sono sempre in azione. Andava così anche con Cellino? Certo. Ma adesso Cellino è a Brescia, a Cagliari c’è Giulini. Se quest’ultimo va via, quando servirà faremo le pulci a chi arriva, come le abbiamo fatte a chi c’era prima. Per concludere, tra i “saltati”, alcuni non hanno avuto neanche un grazie di circostanza. Accade ovunque in A e B? Forse. Ma non con questi ritmi e in così pochi anni, deludenti in campo e fuori. Dev’essere l’aria di Assemini.

Il capo sono io. C’è da sorridere quando si legge (ma chi se ne intende spiega che troll, anonimi T-rex da tastiera e cortigiani sono sempre in servizio) che il Cagliari si ama e basta. Chiunque sia il presidente. Non è così. Meglio, è così se la gestione, ammessi gli errori iniziali, fosse improntata a competenza, umiltà, condivisione, trasparenza, senza interferenze tecniche e tattiche. E il sacrosanto rispetto per i tifosi. Secca ribadire – disco rotto – che il presidente decide tutto. Dalle mentine per i Pulcini al contratto di Lapadula e alla cessione di Pereiro. Il Cagliari è in B, fa vomitare solo ricordare il perché e il come. La società va ben oltre le tasche di un singolo. Oltre ai contributi pubblici, il patrimonio immateriale, da settima tifoseria italiana, è immenso. Sul proclamato tema sardità, sulla rivoluzione con la linea verde ci sono stati i soliti proclami. Poi, si è visto. Adesso, occhio alle ultime ore di mercato. E, soprattutto, al Modena. Fabio Liverani? Per adesso va sostenuto, così come il gruppo.

Ps. Mi segnalate che nell’ultimo Dribbling avrei bocciato Makoumbou. Intendevo che avergli preferito Deiola in regia suona come una bocciatura rispetto ai test precampionato. Ma il congolese è, anche per me, uno dei migliori acquisti dell’era giuliniana. Lo sa anche Liverani. Poi, magari c’è chi suggerisce…

 

 

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