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Il dribbling di... Mario Frongia

IL DRIBBLING DI… Mario Frongia. Cagliari, un pareggio da infarto

L’1-1 dell’Arechi premia Agostini ma tiene i rossoblù al terzultimo posto. Ma la salvezza è tutta da conquistare

Alla festa giusta con l’abito sbagliato. Se il Cagliari avesse avuto questo mix di concentrazione, rabbia e cuore in almeno dieci gare a caso, sarebbe salvo da un mese. Sia chiaro, nessuna bellezza tecnica, tattica e agonistica. Il gruppo e il percorso fatto sinora non si possono cancellare. Per alcuni, anche in campo, ci sarebbe da vergognarsi. Ad esempio, è impossibile capire abulia, scoramento, applicazione scadente e intermittente vista nelle ultime sette sconfitte. Di certo ha avuto colpe anche Mazzarri, assieme al presidente che ha perso l’ennesima occasione per fare la scelta giusta quando serviva. Ma anche il gruppo, dal primo al venticinquesimo, l’esame di coscienza deve farselo. Applausi per il debutto da Mission impossibile per Alessandro Agostini. Il lavoro mentale del tecnico è andato a dama. La partita è stata quella che doveva essere: brutta e nervosa. Con dominio alternato, difesa alta, strappi difensivi sbagliati, la tonnara e il flipper in mezzo.

D’altronde se si sfidano due squadre che hanno perso venti partite (Salernitana) e diciannove (Cagliari), subìto 73 e 65 reti, sarebbe stato da illusi aspettarsi manovra, qualità e tecnica. Per non parlare di serenità: all’Arecchi la palla pesava dieci chili. Dunque, gara fallosa, tesa, bloccata. I padroni di casa sulle gambe, reduci da due partite durissime giocate a lunedì a Bergamo e giovedì in casa con il Venezia. Il Cagliari più fresco ma scosso dall’esonero (elemento che può aver motivato lo spogliatoio: il fallimento tecnico è sempre frutto di responsabilità precise e diffuse) e dall’arrivo  del nuovo tecnico. Forse, per i rossoblù va segnalata anche una ritrovata personalità. Poca o molta, non conta. Quel genere di cattiveria che tiene acceso il lumicino della massima categoria è stato decisivo per non mollare all’Arechi. Ma non solo.

Il match-spareggio è stato molto complesso da arbitrare: Di Bello ha fatto bene. Rigore concesso e poi cancellato (carica di Lykogiannis sulla presa di Sepe: la palla è nelle mani del portiere). E Mazzoleni al Var non ha inciso. Ci sarebbe da recriminare per il palo, collo a giro di Grassi, uno dei migliori. Ma adesso è inutile, e troppo tardi, per farlo. Rimangono 180 minuti per provarci. Con lo stesso approccio visto a Salerno. La strada era e rimane in salita. Ma non impossibile. Intanto, si può parlare di 35 punti come asticella per stare in A. Anche Spezia e Samp rischiano, mentre anche il Venezia può ancora crederci. Salernitana, Cagliari e Genoa non possono sbagliare nulla.

Episodi decisivi. Cagliari corto, guardingo e propositivo. Per la tifoseria, è stata una mezza buona notizia. Il primo tempo ha evidenziato un atteggiamento più brillante ed energico del recente passato. Ormai, alibi, scusanti e imprevisti sono finiti. Inutile chiedersi come, chi, cosa e perché. Dietro l’ennesima stagione da incubo si nasconde una politica societaria lacunosa e un gruppo costruito senza logica e con investimenti fallimentari. Ma questa è una vecchia storia. Il faccia a faccia in Campania si è aperto bene per i rossoblù. Senza cambio di moduli, come si pensava alla vigilia per le felici esperienze di Agostini che ha giocato bene a quattro con la Primavera. Invece, solito trio e esterni larghi. Un incontro uomo su uomo. Il Cagliari ha tenuto la testa in campo. La Salernitana è parsa imprecisa, con lanci lunghi su Djuric. Con Ederson e Coulibaly, autentici giganti lunedì con l’Atalanta, evanescenti. I campani hanno pagato le tre gare in otto giorni.

Al Cagliari ha fatto bene l’aria nuova portata da “Ago”. Quanto meno la mente è sembrata alleggerita. E anche le gambe. Il tecnico “rubato” alla Primavera ha richiamato dal primo minuto Ceppitelli, Lykogiannis (fare un po’ meglio di Dalbert non è impossibile), Rog e Pavoletti. Il centravanti ci ha provato. Ma la manovra è stata affidata a palloni lunghi difficili da intercettare e ai guizzi di Joao Pedro. Insomma, quelli di sempre o quasi. Ma era impossibile immaginare cose diverse: Agostini ha riaggiustato la manovra dietro, ridato fiducia a Lovato e Altare. E ha chiesto rapidità nelle giocate palla a terra. Complicato immaginare miracoli. Ma il dinamismo di Rog ha aiutato anche la regia di Grassi.

Mentre Deiola si è confermato generoso ma poco agile nel controllo e nella manovra. Da segnalare, la ritrovata verve di Bellanova, anche nel duello con Ruggeri: entrambi millennial, ottimo spot da rivedere in seguito su altri campi e in nazionale. I primi 45’ sono stati a corrente alternata. L’Arechi è rovente. Ma è sembrato che il clima ambientale sia pesato di più sulla Salernitana. Nella ripresa gli episodi decisivi. In area Lovato mette giù Kastanos. Dal dischetto Verdi spiazza Cragno. Quindi, il rigore annullato al Cagliari. Infine, il gol di testa, pesantissimo, di Altare (grande match del difensore) al decimo minuto dell’extra-time. Intanto, rimane un punto. Recuperato quando pareva tutto perso.

Notarelle

Sardi per sempre. Record di pubblico all’Arechi, oltre ventottomila spettatori. Circa trecento i tifosi rossoblù: piccoli grandi eroi. Fa tenerezza e simpatia lo striscione “Barbusi”. La t-shirt con la scritta “Deu ci seu” sul petto di un tifoso non è da meno. Un popolo encomiabile.

Ex rossoblù. In campo e in sala tv commenti di due ex rossoblù, Dario Marcolin e Alessandro Budel. A bordo panchina, Daniele Conti e Andrea Cossu. L’operazione “nostalgia” architettata dal patron ha pagato a metà. Protagonisti dell’ultima retrocessione del Cagliari, la prima dell’era Giulini, ex regista ed ex trequartista sanno cosa serve ai compagni. E anche cosa va evitato.

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