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IL DRIBBLING DI… Mario Frongia. Cagliari: a Crotone ultima chiamata per la salvezza

Nel delirio di figurine vintage inutilizzabili, supponenza e incompetenza, battere i calabresi è speranza da non fallire

Premessa: il rischio di perdere la categoria va scansato in tutti i modi e a ogni costo. Ci sono quindici partite (Leonardo Semplici le ha chiamate finali: vero, lo ripeta ogni ora e faccia a faccia a ciascun tesserato) da giocare con i denti e le unghie. In caso contrario, sarebbe un suicidio con nomi e cognomi. È banale e ingiusto pensare agli epurati Eusebio Di Francesco e Pierluigi Carta. Certo, tecnico e ds hanno con percentuali differenze compiuto errori. Ma qualcuno li ha avvallati e ha deciso che fosse quella la strada. Tarando a proprio uso e consumo il percorso fin dalla scorsa estate. Dopo aver silurato Zenga e sussurrato al mercato la possibile cessione dei big, da Joào Pedro a Pavoletti. Fossero arrivate proposte serie, anche Cragno, Ceppitelli, Nàndez, Simeone e altri avrebbero potuto prendere il volo. Ma queste sono altre storie. Flash a corredo di una gestione assolutistica tesa quasi integralmente al business: sia chiaro, bilanci in regola e utili eventuali da buona gestione sono la norma in qualsiasi impresa. Cosa diversa è impostare principalmente su plusvalenze e operazioni di mercato a favore la cifra di un club. Ma ora occhio alla squadra di Stroppa.

SCONFITTE E DOLORI. Dal 2014 delusione, frustrazione e fatica sono la costante. Con un’eccezione e mezza: il biennio targato Massimo Rastelli/Stefano Capozucca, con vittoria della Serie B (e quello di Zola nel 2003 era un team ancora più quadrato) mai accaduta prima, con record di punti, vittorie totali ed esterne e, da esordiente il tecnico di Pompei e da neopromossa la squadra, l’undicesimo posto e i 47 punti in A. Una stagione, pensa un po’, con successi su Inter, Atalanta e Milan. La mezza soddisfazione l’ha firmata Rolando Maran: quarto in classifica e tra le prime sei nel girone d’andata della scorsa stagione. Anche l’allenatore veneto è stato silurato con commenti velenosi  dal capo (“Facciamo ridere l’Italia da mesi!”), dopo essere stato abbandonato a metà strada con l’attenzione deviata su altre questioni: dal mancato premio per la zona Uefa alla grana diritti d’immagine/provvigioni agli agenti di Nàndez fino alla richiesta di un centrale (“Serviva un difensore, hanno comprato Pereiro” le parole di Maran, simili a Di Francesco che ha chiesto un regista e gli hanno portato Rugani: “Sono usciti centrocampisti ed è arrivato un difensore centrale”).

Insomma, al di là del gioco scadente e della mancanza di reattività alla serie di gare no (sedici senza vittorie), progetti quasi mai supportati con scienza e coscienza. Ma basati solo sul poter lucrare dai giovani e da giocatori-vintage senza contratto ma con mesi di obbligato ricondizionamento: quel che si è visto anche al mercato di riparazione. Il campo ha dato le sue risposte. Di Francesco non c’è più, Carta passa ad altro incarico. Il cerino è da sempre nelle mani del patron. A Stefano Capozucca, conoscitore di pallone e pedine, il compito di rimettere in riga dirigenti e staff, per quanto possibile, e scovare tra gli svincolati almeno un profilo utile, e pronto, per giocare le quindici finali.

L’ORA DELLA VERITA’. La retrocessione è destino che tifosi e sportivi sardi non meritano. C’è da sputare sangue e sudore, fin dallo Scida, domenica a Crotone. Crederci non basta più. Adesso, va salvata la Serie A, la faccia, la dignità, la storia. Detto questo, inutile mettere la polvere sotto il tappeto. C’erano una volta progetti, lustrini e coriandoli. Interviste, proclami, scelte ben accompagnate da una claque (sì, purtroppo, anche mediatica) che non ha mai provato a indicare criticità di vecchia e nuova data. L’Uomo solo al comando non tollera interferenze. Ritiene, dato che mette i soldi, di poter agire in totale arbitrio. Ma circa nove milioni di euro sono della Regione, lo stadio è in concessione e il patrimonio immateriale che il Cagliari rappresenta per i sardi non ha prezzo. Inoltre, il gioiello del vivaio, Barella, è stato messo su nella gestione Matteoli e Giulini è passato all’incasso. Che poi abbia reinvestito su Rog, Simeone, Nainggolan e Nàndez (ma anche su Cerri, Pereiro, Despodov, Pellegrini e altri), è normale.

Di fatto, ci pensano i risultati a sbattere al muro ambizioni smodate, umiltà inesistente e uno staff che, lo dicono numeri e classifica a fronte di un monte ingaggi tra i primi dieci della A, difficilmente tocca palla. Ci si interroga sulla competenza, su quanto pallone si mastichi in sede da quando Beretta e Filucchi hanno salutato. L’Uomo solo al comando tira dritto. Tra capitomboli e incertezze, in campo e fuori. “Il peso della maglia che rappresenta un’intera regione condiziona i giocatori” ha detto Giulini alla presentazione di Semplici. Ma c’è da chiedersi se si abbia conoscenza di quanto pesa la maglia in città capoluogo come Bari, Catania, Salerno, Messina o Catanzaro. O quanto sia forte la pressione a Milano, Torino, Genova, Roma, Verona e Napoli. Così come a Pescara, Salerno, Novara e Siena. Si soffre dappertutto, la maglia pesa eccome a tutte le latitudini. E ovunque, quando si sbaglia, sarebbe opportuno scusarsi.

INVESTIMENTI, CESSIONE E NON SOLO…. Si è parlato di decimo posto, parte sinistra della classifica ma anche di superare l’undicesimo posto di Rastelli, rospo difficile da digerire. A seguire, nuovo stadio, archistar, territorio. Ma dal comune non filtrano posizioni univoche e rassicuranti: il progetto presentato dal Cagliari (che a parole avrebbe rinunciato alla gestione del commerciale) pare aver destato qualche perplessità. Si vedrà. Intanto, i boatos sono anche di altro tenore. Come evidenziato dai lettori la Serie B potrebbe essere una via d’uscita. L’idea è da brivido. Qualcuno somma “paracadute”, cessione dei migliori e chi si è visto si è visto.

Altri, e i rumors giungono da Foggia insistono su ipotesi di cessione. Ma anche in questo caso, con il Cagliari terzultimo, il prezzo non lo fa chi vorrebbe vendere ma gli eventuali acquirenti. Sul tema, un lettore mi scrive: “A Firenze è spuntato Comisso, lo Spezia ha trovato un fondo americano. Magari anche noi abbiamo un qualche emigrato che ha fatto i soldi all’estero”. Chissà. Ma ora si deve fare l’impossibile per evitare la retrocessione.

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