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Il dribbling di... Mario Frongia

La terra dei giganti e una Sardegna che sa resistere

Campioni e comprimari, squadre e luoghi: storie di sport e di esistenze in salita raccontate con orgoglio e passione da Vittorio Sanna. Il commento e gli aneddoti su David Suazo

Le storie degli ultimi, degli sfiancati, di chi non ha mai avuto l’occasione. Le individualità, i talenti, il coraggio. Ma anche il gruppo, le squadre, i sacrifici dei tanti per una partecipazione collettiva. Tra sorrisi e lacrime, da Porto Torres a Villasimius. Lo sport e i suoi interpreti. Atleti sardi, sardissimi. Campioni e sconosciuti, senza distinzione. Calciatori e sprinter, ciclisti e pallavolisti. Icone e gioielli di una Sardegna dolente, mai doma, da sempre con le maniche rimboccate. Ma comunque da salvaguardare e raccontare. Sembra il flash di un saggio di sociologia, magari rurale. Tra campanili e campanilismi, lacrime e proteste di una terra presa fin troppo spesso a sberle. Invece è la foto, forse sfocata e incompleta per mie esclusive responsabilità, dell’ultima produzione letteraria di Vittorio Sanna. Docente di scuola primaria, giornalista e soprattutto radio e telecronista per decenni di un Cagliari dalle cento sfaccettature. Cronista e storico, innamorato delle proprie origini. Orgoglioso e attento osservatore delle fertili condivisioni di un popolo ricco di fede e ambizioni. “La terra dei giganti” lascia il segno.

Giochi con la palla e senza. Prefazione dei presidenti nazionali di Coni e Comitato paralimpico, Giovanni Malagò e Luca Pancalli, dedica a Gianfranco Fara, storico conduttore del Comitato olimpico sardo deceduto nel 2019, il volume presenta cenni storici su giganti giochi olimpici, sport “con la palla, oltre ogni limite, moderno e nel segno dei miti”. Nello sfondo la Sardegna. Per Vittorio Sanna, e non solo per lui, superba e imprescindibile. “Definirli giganti dello sport, in molti casi sotterrati dall’oblio, dalla loro stessa terra, dai paesi di origine, non è fuori luogo. Storie che non si conoscono al fianco di quelle luminose degli sport più popolari. Piccoli frammenti di stelle della stessa pasta della storia della società. Lo sport ha inciso e incide – puntualizza l’autore – da sempre nella storia politica e economica di una realtà. È sempre stata quella scintilla che può far esplodere il progresso o animare un processo di cambiamento”. In breve, luci su ginnasti, lanciatori, canottieri, pugili atleti su pista, pentatleti, hockeisti, fantini, sollevatori, cestisti, calciatori, tiratori, pallavolisti e ciclisti. Tra i nomi da Francesco Loy ad Angelo Zucca, Carlo Clemente e Siro Meli, Salvatore Burruni e Franco Udella, Tonino Siddi Sandro Floris, Mario Medda e Antonio Oppes, Ugo Zorco e Peppino Tanti, Nunzia Serradimigni e Pietro Paolo Virdis, Luigi Lodde, Alessia Orro e Fabio Aru. Un caleidoscopio di esistenze dedicate al raggiungimento di obiettivi spesso impossibili.

Da Sara Palmas a Claudia Pinna. La presentazione del libro, curata nella sala congressi “Leonardo Coiana” del Cus Cagliari dal giornalista Sandro Angioni, passa per alcuni interventi che piacciono. Dalla vicepresidente cussina Manuela Caddeo (“Condividere ci fa crescere e diventare migliori” a Pompilio Bargone, capo allenatore del centro universitario di Sa Duchessa (“Da mezzo secolo faccio questo mestiere. È cambiato il mondo e lo sport”), allo storico portabandiera del Comitato paralimpico Sandrino Porru (“Lo sport è la casa di tutti e abbatte qualsiasi barriera”), alle atlete pluricampionesse d’Italia, Sara Palmas e Claudia Pinna. La sala respira storie dello sport e applaude. Un filo di commozione accompagna le rievocazioni. Donne e uomini che hanno sfidato, e sfidano, il centimetro, il decimo di secondo, l’avversario e se stessi. Ma non solo. Il rispetto delle regole, quell’essere etici anche quando si farebbe prima a incassare i benefici delle mezze furbate.

Da Suazo a Suazo. “Io veloce? Un pochino”. Se la ride David, re David per i tifosi del Cagliari. Bomber senza tempo e senza chi gli sapesse stare dietro, in rossoblù all’Inter e al Benfica. L’ex centravanti honduregno – di recente approdato con ambizioni e motivato a mille alla guida del Carbonia, pur con l’amarezza di un mancato richiamo ad Asseminello: forse perché non fa parte del cerchio magico – si è preso la scena. Si è complimentato con Vittorio Sanna per le 280 pagine  della Terra dei giganti. E ha raccontato un aneddoto sulle sue doti da sprinter: “Quando giocavo all’Olimpia a San Pedro Sula l’allenatore mise in palio per il vincitore dei 100 un pasto da BurgerKing. Ci andavo matto, per tutti noi era un premio, magari poco sano, ma formidabile. Battei tutti per distacco. Il tempo? Intorno ai 10”3”. Una sorta di missile a due gambe. Anche perché Suazo corse senza le scarpe chiodate. Con 102 reti, dietro Piras e Riva, miglior realizzatore della storia del Cagliari. Capace, con 22 gol, di rubare il record di marcature stagionali a Rombo di tuono (21), Suazo ha parlato di tifo e visibilità: “Nel calcio si possono avere grandi gratificazioni economiche che in altre discipline non si hanno. Ma ci si sacrifica tanto e anche la propria vita privata non ha confini. Forse si guadagna di più e ci si allena meno, ma se retrocedi o vai male rischi l’incolumità. Passi dall’essere il salvatore della patria agli insulti dove “bidone” o “mercenario” è il meno peggio”. Sandro Angioni, ai tempi team manager rossoblù, aggiunge: “Ad Ascoli ci giochiamo mezza salvezza. Andiamo sotto e David pareggia. Nella ripresa finiamo in nove, loro segnano il 2-1. A due minuti dalla fine, David brucia tutti e pareggia. Il pubblico è furioso, Ascoli ha una tifoseria molto calda. Andiamo a fare le interviste. David è tranquillo. Quando usciamo vediamo che un migliaio di persone sono fuori che aspettano. La cosa mi preoccupa. Avanziamo. A un certo, punto urlano: “è Suazo!”. Passa un attimo e lo applaudono fino a che non raggiungiamo il pullman. Un miracolo!”. L’honduregno si concede un sorriso. Poi, diventa serio: “La Sardegna e Cagliari sono la mia seconda patria. Ho messo su famiglia qui da voi”. Pausa. “Ma appena arrivato ero un ragazzino e ricordo che un po’ ovunque ha avuto un peso per nulla simpatico il colore della mia pelle”. La sala “Coiana” trattiene il fiato. Poi, applaude. A lungo. Come i mille di Ascoli

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