Il calcio italiano saluta Rino Marchesi, figura che ha attraversato decenni di Serie A con passo misurato e idee chiare. Se ne va un uomo che ha vissuto il pallone con sobrietà, senza proclami roboanti, ma con la forza silenziosa di chi conosceva profondamente il mestiere. La sua storia è quella di un professionista che ha saputo trasformare l’esperienza maturata sul campo in visione tattica e guida tecnica.
Marchesi apparteneva a una generazione che costruiva le vittorie mattone dopo mattone, con disciplina e spirito di sacrificio. Il suo nome resta inciso nella memoria di un calcio meno rumoroso ma intensamente autentico. Era nato a San Giuliano Milanese (Milano) l’11 giugno 1937: è scomparso ieri a Sesto Fiorentino (Firenze) all’età di 88 anni.
La carriera agonistica: sostanza e intelligenza tattica
Prima della panchina, c’è stata una lunga e rispettata carriera agonistica. 238 presenze in Serie A con le maglie di Atalanta, Fiorentina e Lazio da centrocampista ordinato, capace di leggere le geometrie del gioco con anticipo quasi matematico, Marchesi ha calcato i campi della massima categoria distinguendosi per continuità e affidabilità. Con due amichevoli disputate nella Nazionale maggiore, tra il 1961 e il 1962.
Non era un uomo da copertina, ma uno di quelli che gli allenatori tenevano stretti perché sapevano sempre cosa aspettarsi: equilibrio, senso della posizione, spirito di squadra. In campo portava concretezza, una qualità che sarebbe diventata il marchio di fabbrica anche nella sua vita da tecnico.
Panchine importanti: Inter, Napoli e Juventus
Parte dalla C come allenatore – Mantova e Montevarchi – poi fa bene in cadetteria alla Ternana. Si guadagna la chance della Serie A ad Avellino e conduce gli irpini a due salvezze consecutive (1978-80). Fa benissimo nel biennio al Napoli – un 3° e un 4° posto – spingendo l’Inter ad assumerlo nel 1982: nerazzurri terzi in campionato. Il ritorno nella città partenopea (nella seconda metà del campionato 1983-84) rappresentò una tappa cruciale.
In una piazza passionale e vibrante, Marchesi portò metodo e rigore, provando a dare struttura a un gruppo che viveva di talento e fervore popolare. La sua gestione fu improntata all’equilibrio, nel tentativo di fondere organizzazione e qualità individuale: con un certo Diego Armando Maradona, alla prima stagione in Italia, come stella polare. Porta il Como 1985-86 al mantenimento della categoria, prima dell’occasione della vita.
Alla guida della Juventus (biennio 1986-88), si trovò a gestire una squadra abituata a vincere e a confrontarsi con pressioni altissime. In bianconero mise ordine, disciplina e pragmatismo, cercando di mantenere la rotta in una fase di rinnovamento delicata dopo la lunga era Trapattoni: arrivò prima al secondo posto, poi al sesto. A stretto giro di posta la parabola iniziò il declino. Esonero al Como, retrocessioni con Udinese, Venezia e SPAL. L’ultimo incarico, nel 1993-94, lo vede retrocedere in B con il Lecce. A 57 anni, chiude la sua seconda carriera dopo un percorso ventennale.
Un’eredità fatta di misura e competenza
Il calcio perde un interprete lucido e coerente. Allenatore attento, uomo schivo ma determinato, Marchesi lascia un’eredità che non si misura soltanto in classifiche o trofei, ma nella credibilità costruita stagione dopo stagione. La sua parabola racconta un’epoca in cui la competenza era la vera moneta di scambio.
Il suo nome rimane legato a un calcio pensato, studiato, vissuto con rispetto. E in quel ricordo continuerà a camminare lungo le linee bianche del campo, dove tutto era iniziato.
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Bei ricordi ….Fu lui l’allenatore della doppia sfida Cagliari JUVE dei quarti di finale nel anno 1987
Bravo, Fabio Ornano, che ricordi ex calciatori e allenatori che purtroppo ci lasciano, e che ci ricordano il calcio come era anni fa’. 😔👏
Ottimo allenatore e persona equilibrata. R.I.P.