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Cagliari, mercato estivo chiuso: ora la parola al campo

La campagna acquisti e cessioni si è chiusa con il segno più. Indicatore di sostenibilità e il bersaglio salvezza, facce della stessa medaglia

Mettiamola così: se Caceres (ufficializzato da svincolato nel pomeriggio) gioca da Caceres e Keità Balde da Keità Baldè per almeno la metà delle gare in cui Semplici li butta in campo e il Cagliari può ripartire con il piede giusto. Vista in rapidità, la sintesi del mercato, e quindi delle forze a disposizione del tecnico, è grosso modo questa. Tenuto conto che la dorsale dell’undici che lo scorso campionato (Cragno-Godin-Nainggolan-Joao Pedro) si è piazzato diciassettesimo a pari punti con il Torino, ha una sola modifica, Strootman al posto del Ninja. Per cui è facile dedurre che i valori aggiunti possano arrivare dalle corsie laterali e dall’attacco. Dunque, partiti Simeone e Cerri, ecco il senegalese. Classe ‘95, dotato di un mare di talento, forza fisica e tecnica ha dalla sua un curriculum che lo precede: è abbastanza volubile e testa calda. Pazienza. I tifosi (che a inizio 2022  rischiano di perderlo per la Coppa d’Africa dal 9 gennaio al 6 febbraio) se ne faranno una ragione appena andrà in gol e aiuterà la squadra a stare alta. Su Caceres, altro uruguaiano in casa rossoblù proprio nell’anno in cui, da GodinNández, sono volati gli stracci ed era stata scelta la terza maglia in onore del paese sudamericano! – c’è poco da dire: a destra serve spinta e personalità.

Che poi si possa creare panchina per Zappa, che intanto impara meglio fase difensiva e cross, e l’avanzamento da esterno alto di Nahitan, non sarà la fine del mondo. Anzi. Semplici (raccontato da fonti interne, e da se stesso, piuttosto insofferente negli ultimi giorni di mercato per via di un tira e molla inconcludente) adesso deve sapersela cavare. Ma sarebbe da idioti addossargli responsabilità, ad esempio, sulle bocche da fuoco. JP10, detto no ai dollaroni degli States, pare aver trovato quella nicchia che lo manda in gol. In tanti dite che oramai è una seconda punta: sì, lo è. Mentre è condannato a fare meglio è proprio Pavoletti, alle prese con il ginocchio operato due volte. Ceter? Il giudizio va rinviato. Così come quello su Pereiro, per ora troppo morbido e compassato per poter incidere nel carnaio della Serie A.

ORGANICO MEGLIO ASSORTITO.. L’altro assunto riguarda il bersaglio. A Di Francesco sono stati dati Tripaldelli, Caligara e Tramoni (ben venga che sia partito alla grande con il Brescia: ma se esistono le categorie, una ragione ci sarà!) per “divertire e andare nella parte sinistra della classifica”. A Semplici si chiede “l’obiettivo salvezza” e lo si è avvertito che il mercato “sarebbe stato creativo”. La presidenza ha declinato la lezione. Anche perché il suicidio del Benevento e il 4-3 in rimonta con il Parma hanno lasciato il segno. Ma non solo. Costretto anche dalla mancanza di cash (ma il calcio italiano è al tracollo da prima del Covid e dai mancati incassi anche per via degli ingaggi faraonici, prima sottoscritti e poi disattesi, come con Godin) il Cagliari riparte dagli arrivi di Bellanova (promettente difensore di piede destro, arriva dal Pescara retrocesso in C) e Grassi (eterna promessa bloccata da vari infortuni). Degli altri volti nuovi (da Strootman a Dalbert, più Radunovic, Obert e Altare) si è già scritto.

Fatti due conti, la rosa (al netto dell’addio di Nainggolan, perdita che, la si legga come si vuole, sarà comunque visibile a occhio nudo) pare meglio assortita di quella dello scorso torneo. Certo, un interditore, magari un play alla Magnanelli, sarebbe servito: il baratro tra mediana e difesa visto a San Siro con il Milan, ma anche la rapidità nelle ripartenze – decisive per un calcio in verticale come previsto da Semplici, e non per questo attuabile con gli improponibili lanci da dietro per Pavoletti di Godin e Carboni, una decina quelli contati con lo Spezia – necessita di un ritmo che Strootman non ha. E purtroppo, l’altra assenza pesante sarà quella di Rog. Certo, per l’attacco sarebbero stati utili un Caputo o un Messias, mentre Zaccagni poteva dare una buona mano. Considerazione personale, saltatela a piè pari.

LE SORPRESE. Almeno sino a gennaio sono in squadra Nández e Farias. Ecco, con la bilancia che dovrebbe pendere per il verso giusto grazie a Caceres e Baldè (“Forte, ma ogni estate lo vediamo passare da un club all’altro” ha detto rammaricato Marocchi, commentatore tv ed ex Juve, Bologna e nazionale) ci sono anche El Leon e il brasiliano. Per il primo, raggiunta la pace per la mancata cessione, poche storie: sa di doversi ridisegnare lo skill per le potenziali pretendenti. Se fa bene, il primo a guadagnarci è proprio lui. Per Diego, chissà che non sia la volta buona per ritrovare lo slancio che gli appartiene, assieme a un quintale di indolenza, nell’anno che va a scadenza. A Cagliari, nonostante l’altalena di prestazioni, viene apprezzato. Lo sa e deve giocarsela al meglio.

NOTARELLE
Bilancio sano, visione e condivisione. Il primo è sempre stato un vanto. Per il resto, pagella orribile. Adesso, con il Cagliari che finisce dietro la lavagna per l’Indicatore di sostenibilità, barcolla anche la buona gestione. Traduzione: la società ha speso, e promesso, più di quanto ha incassato. E il Covid, coperta buona per ogni nefandezza, non c’entra. “Mercato creativo” le parole d’ordine del presidente. Geniale. Peccato che  prendere a costo zero e vendere al top, anche chi in Serie A non c’entra, sia lo stesso obiettivo delle altre. Un piccolo fastidio? Potrebbe arrivare da quasi partenti Oliva, Walukiewicz e Faragò. Intanto, con un punto in classifica in due gare, c’è da pedalare. Con umiltà e applicazione. La società? Deve stare al fianco dello staff tecnico. Il che non significa ingerire. Vedremo.

LA GAZZETTA. Il letame lo si mangia da sempre in tutte le forme e latitudini. Entrai in rotta di collisione con Cellino. Scrissi cose normali, magari scomode, certo non chiedevo come aveva trascorso le vacanze a un allenatore riconfermato dopo una settimana di tentennamenti e abboccamenti con altri tecnici, nonostante una salvezza miracolosa. Anche perché mi hanno insegnato che, verificate le notizie, il lettore deve farsi un’idea dei fatti e dei vari punti di vista. Ovvero, è giudice supremo. Da Miami il patron, non potendo tenermi fuori da Asseminello e Sant’Elia per via dell’accredito annuale e del fatto che non eravamo (e non siamo, per fortuna ancora in Turchia, Bielorussia o Corea del nord) spostò le conferenze nella propria abitazione di viale La Playa. Dove, essendo un luogo privato, non potevo entrare. Faceva mettere un telefonino in viva voce sul tavolo. Ero nella lista nera perché provavo a tenere la schiena dritta.

Ben inteso, nulla di speciale. Gli eroi sono altri, mio nonno, ad esempio, servo pastore richiamato in guerra pur con tre figli a carico e rientrato a Dolianova a piedi dalla guarnigione di Olbia per non vedere morire l’unica cosa che aveva, il gregge, e poter dare qualcosa da mangiare alla famiglia. Però. E siamo a noi. Il capo dello sport in Gazzetta di allora, nonostante le forti pressioni da Cagliari non ebbe dubbi: “Aspetta che il presidente parli con i colleghi, ti fai girare tutto, poi scrivi e firmi”. Da tempo non va più così. Neanche nei grandi giornali, e la crisi delle copie ha dalla sua anche la perdita di credibilità e autonomia della professione. Il potere pervade e si infiltra, compra e pressa, mente e lusinga. Nessuno arrossisce. Poi, ciascuno e ovunque ha almeno uno specchio in casa in cui guardarsi. E vomitarsi addosso. Ma non voglio regalare denari e tempo agli avvocati. Amen.

STIAMO AI FATTI. Il disco è rotto e ripetitivo se le melodie che deve cantare sono sempre le stesse. Il patron concede le interviste ma solo a chi non fa domande scomode. Regoletta base: le opinioni sono tali, e quindi possono non essere condivisibili. E cestinabili, le mie come le vostre. I fatti, no: sono quelli e per contestarli si deve provare che siano falsi. Ho un codice etico e deontologico, personale e dell’Ordine dei giornalisti, e non mi sfiora l’idea di sgarrare. Quindi, fermiamoci a questi: se scrivo che Zola è stato umiliato perché il presidente gli ha promesso giocatori per ribaltare il tracollo post Zeman e gli hanno dato pedine che – potrei sbagliare! – non sono state tra i primi dieci del Pallone d’oro, dovete dire: è una balla. Se scrivo che per sostituire Bruno Alves, Isla e Murru – dopo avergli smontato lo staff – ha dato a Rastelli e ai suoi 47 punti da neopromossa, Miangue, Andreolli e Van der Wiel, dovete dirmi: non è vero. Ma è così. Se rimarco che ha detto di aver preso Cerri a dieci milioni di euro e uno all’anno di stipendio, che Pereiro ne guadagna uno e quattro, ancorché siano dati sensibili, dovete dire: bugie. Ma mi pare non possiate.

Adesso, in tanti tirate fuori il milione e otto di Pavoletti e il milione e mezzo di Simeone: erano queste le frequenze della A, del calcio con le pezze al sedere, delle big che hanno cercato di farsi la giostra in proprio (SuperLega) dopo aver scialacquato l’impossibile. Adesso, tutti piangono e cercano di allontanare pagamenti, contributi e tasse, usano cassa integrazione e chiedono tagli di stipendi.  Ma questa è un’altra storia. Ricordo che a Rafael hanno proposto l’Olbia a settantamila euro di stipendio e che Godin è stato preso con la fanfara, e c’era già il Covid e il crollo degli introiti, garantendogli quattro milioni lordi di ingaggio anche per quest’anno e opzione per il prossimo, con una pessima marcia indietro! Potete dirmi che sbaglio. Ma non è così. Con Maran il patron ha prima tessuto le lodi (“Di Rolando mi ha conquistato la filosofia del lavoro”) e poi, ha quanto meno supportato un percorso di guerra a danno di un gruppo che avrebbe potuto tenere botta fino alla fine tra le prime dieci. Il tecnico era ottavo ma non aveva un centrale (“Arriva di sicuro” le parole del ds Carli) e gli hanno preso Pereiro, obbligandolo all’esordio di Walukiewicz contro la Juve di Cr7, Higuain e Dybala. Poi, l’ha cacciato insultandolo (“Maran non ci stava dando più nulla, abbiamo fatto ridere per mesi l’Italia!”) in conferenza stampa. Con Zenga al fianco, esterrefatto. Fatti, dunque.

Se ha chiamato l’amministratore delegato di Macron, gli ha chiesto denari in più rispetto al pattuito per la visibilità data dall’allora quarto posto (ha chiuso quattordicesimo con l’Udinese), ha chiamato Adidas e da qui la causa con l’azienda bolognese, potete non crederci. Se per anni ha fatto penare per qualche migliaio (sì, migliaio!) di euro Esposito (preparatore della stagione vittoriosa in B, premiato con il Cronometro d’argento), c’è poco da aggiungere. Vi darei alcune indiscrezioni sulla posizione del club al momento delle votazioni sui diritti tv e sul film Chent’annos. Ma lascio perdere. Però, Paolo Fresu, jazzista di fama mondiale che ha suonato gratis, pare attenda ancora una telefonata dal club. Peraltro, in quel docufilm all’unico trionfo e alla sola coppa (a meno che non vogliate considerare le targhe strappate nei feroci derby con l’Olbia!) vinta in sette anni, viene dedicata una manciata di secondi. Eppure, il bilancio racconta di una retrocessione, l’undicesimo posto con il record, più un sedicesimo, un quindicesimo, un quattordicesimo e un sedicesimo posto, piazzamenti condivisi con altri club.

Nel bene e nel male, un insieme di non bugie. Come le operazioni che hanno portato a una sequela di direttori sportivi o di tanti comprimari (da Longo a Husbauer e Gonzalez fino a Paloschi, Thereau, Asamoah e Calabresi per citarne qualcuno, tra infortunati, a fine carriera o mai decollati). Ora, si riparte. Fiduciosi. Ma sia chiaro, i fatti sono come i tappi di sughero, tenuti a forza sotto l’acqua: prima o poi risalgono. Ma, ripeto, siete liberi di pensarla come volete. E adesso, birretta e bandiere per mettere paura al Genoa il 12 settembre, al netto di anticipi e posticipi, all’Unipol Domus.

 

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