Il 6 aprile 1974, il quotidiano torinese La Stampa pubblicò un’intervista della giornalista Edgarda Ferri a Gigi Riva, maturata in modo tutt’altro che agevole. Il campionissimo del Cagliari, in quei giorni, veniva di nuovo investito da voci di calciomercato che lo mettevano al centro di trattative miliardarie. E lui, esprimendo una volta di più il suo carattere poco incline ai compromessi, si lasciò andare a un lungo racconto dopo tre giorni di “corteggiamento” della Ferri: un affresco della personalità dell’uomo di Leggiuno, per nulla timoroso di esprimere il proprio parere. Riportiamo integralmente il testo dell’intervista, nel giorno in cui Giggirriva avrebbe compiuto 80 anni.
È primavera e subito sbocciano le prime voci del mercato calcistico, anticipato per gli Azzurri che andranno ai « mondiali ». Il cannoniere cagliaritano Gigi Riva ne fa le spese, tra l’una e l’altra illazione. Ma lui stesso, criticando la conduzione della squadra sarda, affronta temi che altri calciatori di solito discutono tra quattro mura, ben al riparo da orecchie indiscrete. Per queste ragioni l’incontro tra Edgarda Ferri e il « bomber » di Leggiuno acquista, oltre il racconto di una rara notte in Sardegna, il valore d’una testimonianza d’attualità. Il « Riva di sempre » ne esce con la sincerità e le parole giuste, con le sue abitudini e le sue espressioni, con i suoi giudizi su un mondo, quello del calcio, così difficile e ingarbugliato.
Proprio le « confessioni » di Riva, così smitizzanti, così contrarie ad ogni forma di divismo, recano un contributo al discorso intorno ai « casi » che intorbidano le storie del pallone. Valorizzano il senso del gioco e riducono, pur non dimenticandole, le alienazioni del mestiere.
«Al ristorante meglio di no. Neanche a casa. Peggio ancora nel salone di un albergo. Devo prima pensarci, qualcosa si farà».
Stava solo dinanzi ad un piatto di prosciutto e una caraffa di vino bianco in un locale deserto sulla riva del mare, nel posto dove si rintana ogni giorno a mangiare; assolutamente niente di speciale, ex circolo nautico privato e poco frequentato, il padrone adorante, camerieri senza chiacchiere, telefono-filtro, infatti, Gigi Riva non c’è quasi mai per nessuno. Per tre giorni abbiamo mangiato lì, ciascuno al proprio tavolo, lui che all’inizio e alla fine veniva gentilmente a salutare, sempre indeciso sulla scelta del luogo dell’incontro, molto ben disposto però guardingo, ed a tre metri da lui una guardia rocciosa, un pescatore suo amico da undici anni che lo accompagna anche in trasferta, lungo le coste sarde a tirar le reti, su per le montagne a mangiare porchetto allo spiedo, e anche negli allenamenti sul campo: sempre in silenzio. Nei tre giorni d’attesa Riva si prestò tuttavia ad essere osservato senza difese, ed è stato un bene perché più lo vedevo più si diradava quell’aria di bisbiglio e mistero che gli sta intorno, più appariva normale anche se molto cauto e sempre meno plausibili sembravano le cose che mi avevano detto di lui: selvaggio e scostante, villano e balzano, iracondo e soprattutto col nervo sempre scoperto e pronto a fare scintille. Mentre tutto ciò che si può dire di lui è che è degno di rispetto e di stima, non fosse altro per un fatto preciso: Gigi Riva ha bisogno identità, che non gli è ancora del tutto chiara. Quanto al resto, è normale senza banalità.
Fisicamente più sottile e più fine di quanto non appaia in campo o in fotografia, certo uno dei volti più interessanti che si siano mai visti, il profilo di una medaglia greca, umanissimi occhi e la bocca dura, molta classe nei movimenti, nella maniera di fumare, di versarsi da bere. Il discorso è sciolto, senza incertezza e ricercatezze, il tono più padano che alto lombardo, la voce bassa anche per vìa delle labbra che socchiude appena. Dieta regolare, prosciutto e carne ai ferri, moltissima verdura cruda, come carciofi, sedano, rapanelli e finocchi. Vino, certo più di un bicchiere: sigarette, certo più d’una per pasto. Automobile della casa che rappresenta, pantaloni di velluto e maglioni soltanto un po’ colorati. Un gran cane lupo che si chiama Best (« perché è proprio il migliore »), abitudine a dormire fino a mezzogiorno, insofferenza di fronte alle imposizioni, diffidenza radicata, invincibile, spiegabile solo attraverso le sue tribolate vicende. Un giro in macchina al baio per strade deserte. Un fiume di parole senza alcuna domanda. Infatti è finita che ci siamo incontrati nel buio.
Il pescatore è venuto al mio albergo alle dieci di sera e con la testa mi ha fatto cenno d’uscire in giardino. Senza parlare mi ha condotto fino alla macchina bianca di Riva, Riva gli ha detto ci vediamo domani, e noi due siamo andati in giro di notte senza una meta: « Se non le dispiace, prima portiamo da mangiare al mio cane e poi facciamo quello che di solito faccio per rilassarmi: un gran giro pian piano verso la montagna, costeggiando il mare ». Così è stato. Ed è stata la soluzione migliore perché al buio lui si aprì e confidò come in diversa circostanza mai sarebbe accaduto: guidando piano e fumando, le strade assolutamente deserte e per me anche un po’ paurose, parlando quasi come parlasse a se stesso, senza aspettare domande, senza mai dire a questo io non rispondo, questo però non lo dica (ma certe cose non le dirò).
« Sto bene qui. Per via della gente che mi lascia vivere come sono io: un uomo qualunque che detesta le recite. Infatti, non so recitare, In genere la gente pretende che uno del calcio abbia sempre il sorriso pronto, la storiella prefabbricata, la casa da mostrare, il successo o l’insuccesso da giustificare, io non posso. Ho subito abbastanza violenze da bambino ed ora ho paura di tutto ciò che può violentare la mia vita, la mia identità. Ho trent’anni, a qualcuno può apparire esagerato che ancora io mi porti dietro i traumi subiti quando ne avevo dieci. Ho cuciti addosso segni profondi, indelebili.
Le sofferenze di allora non mi fanno più male, però m’è rimasta la determinazione di impedire a chiunque di obbligarmi a fare ed a essere ciò che io non voglio o non sono. Ero un bambino felice. Libero, abituato a vivere e giocare nei campi del mio paese, Leggiuno, con una famiglia molto unita di cui ero il figlio minore.
Mio padre è morto improvvisamente, è stato lì che la mia vita è cambiata di colpo. Mia madre non poteva lasciarmi per la strada mentre andava a lavorare al posto di lui. Così mi ha portato in collegio a Milano. Il collegio dei poveri non assomiglia a nessun’altra prigione del mondo. Non per il vitto che è forse più scarso che altrove. Non per gli stanzoni che sono squallidi. Non per le divise che sono grigie, o nere, e sempre lise. Ma per ruminazione che provi, per il sentire che sei lì per beneficenza, per il dover ringraziare il benefattore, la benefattrice, il visitatore che arriva col pacco dono nei giorni di festa. Ci mandavano a cantare dietro i funerali anche tre volte al giorno, ci obbligavano a pregare per chi ci regalava il pane, ci imponevano l’ubbidienza perché non potevamo permetterci, essendo poveri, la vivacità degli altri bambini. Ho subito per anni questa violenza morale, questa umiliazione continua.
«Ho sofferto la mancanza di libertà e di famiglia, sono scappato più di una volta, e ritornando ogni volta ho sofferto per due: perché sapevo con quanto dolore mia madre si privava di me. Così io spiego il mio isolamento, il mio bisogno di essere me stesso e non un personaggio da rotocalchi e da chiacchiere, la mia esigenza di sentirmi uno che lavora senza dover spiegare ad ogni partita perché è andata bene o perché è andata male.
In questo mestiere gli esami non finiscono mai. È assurdo e irrazionale: il calcio è un gioco, non una cosa di capitale importanza, non una guerra da vincere. Se trascende da questo, si snatura, perde il suo significato più vero: che è competizione fine a se stessa.
«Il periodo più felice io l’ho avuto qui, all’inizio della carriera, quando avevo 19, 20 anni. Giocavo e giocavo bene. Ogni volta era una festa per me e per chi mi stava a guardare. Scendevo in campo giulivo, con gran divertimento, senza l’assillo di dover vincere ad ogni costo. Ritrovavo la libertà che avevo a Leggiuno prima di entrare in collegio, le facce del miei compagni privi di invidia o dì particolare rispetto. Ero uno come gli altri che si divertiva pazzamente con un pallone. Poi è successa la ” cosa “. Quella ” cosa ” che mi ha trasformato in giocatore da coppe, da scudetto, da campionato, da Nazionale. Mi sono trovato prigioniero di un impegno che io reggo per dovere ma che, per il mio carattere libero, sarebbe intollerabile. E infatti giocando io non mi diverto più.
Il mio giorno migliore non è la domenica; la domenica è quasi un macigno. Il mio giorno migliore è il mercoledì, quando entro nel pieno dell’allenamento: è allora soltanto che io do del tu al mio pallone. Faccio cose che non farei mai in uno stadio pieno di gente, cose che non oserei né oserò mai fare. Che giorno perfetto è il mercoledì: ho raggiunto la mia forma piena, sono libero e sciolto, il pubblico è lontano, la stampa non sta dietro ogni filo d’erba a spiarmi. Sono queste le cose che mi mancheranno quando smetterò di giocare. Questi pomeriggi di allenamento, questi giochi e queste invenzioni col mio pallone, questa fantasia che mi si scatena in un campo che è nato per il gioco, per far divertire la gente: e invece è diventato un affare».
Andavamo chissà dove, ogni tanto lui diceva stiamo attraversando per il lungo la Sardegna ma le strade le conosco bene, ci vengo tante di quelle volte col mio cane che mi fa compagnia, quelle sono le luci di Cagliari, qua sotto c’è il mare dove « in estate io vengo e sono un qualsiasi bagnante non osservato come una mostruosità o una divinità. All’infuori di qui, non c’è altro posto al mondo dove vorrei stare, tranne Leggiuno di cui ho nostalgia. Non ho altra nostalgia che quella del mio paese dove non abita ormai più nessuno dei miei. Però c’è la mia casa, e quando io posso ci vado, e rivedo i miei compagni di prati, di giochi, di strada, che mi trattano come se niente tosse accaduto in questi ultimi anni».
Prima del giro di notte eravamo stati a portare da mangiare al cane dentro quella che lui chiama « officina » ed è la rappresentanza di automobili che ha da qualche anno. « L’ho presa perché pian piano devo crearmi interessi per quando non giocherò più, non certo per fare dei soldi. Mi interessano la benzina, il motore, la meccanica in genere. Avrò modo di impegnare le mie giornate, di dare un senso alla mia vita al di fuori del calcio. Perché è difficile, per uno del calcio, anche se lo consideri un gioco soltanto, pensare che molto presto finisce la parte migliore della tua vita.
«Ho pagato carissimo il fatto di essere Riva, sentendomi appunto al centro di un’attenzione che non gradisco, che anzi non sopporto per niente. Ma altrettanto pagherò lasciando il pallone, gli allenamenti, gli stadi. Perché la competizione mi piace, l’idea di battermi ha per me un fascino grande. Solo che io mi batto per vincere a un gioco, non per vincere una battaglia, una guerra.
Ho avuto nausea quando la Nazionale italiana ha perduto contro la Corea, io non giocavo, ed è stato un bene. Pur non avendo giocato, al ritorno mi pareva che avessimo da rendere conto della ritirata di Caporetto. A me piace vincere, ma non voglio sentirmi in colpa se un giorno mi son fatto battere.
Il bello del gioco è proprio questo: un alternarsi di vittorie e sconfitte, la possibilità di avere una rivincita, una prova d’appello. Quello che invece mi fa proprio schifo è la speculazione, l’affare che si fa di questo nostro giocare. Il fatto di sentirti un robot che deve usare soltanto le gambe e fare dei gol. Per esempio mi hanno valutato un miliardo, un miliardo e mezzo, due miliardi, mi hanno persino sezionato decidendo quanto costo al chilo come se fossi una mucca. È volgare, queste cose nell’Isola non succedono, ed è per questo che me ne sto qui.
«Mi vergogno di valer tanto denaro, quando penso che c’è gente che non ha i soldi per venirmi a vedere giocare, che prende centomila lire al mese di paga e fa più fatica di me. È volgare che, tra le altre cose, tutto ciò sia vero sulla carta soltanto, perché in fondo il calciatore può anche valere un miliardo, ma in realtà te ne danno assai meno, ed è altra la gente che specula, che mangia, che sfrutta il tuo nome».
Io l’avevo visto sempre come un guerriero inesorabile e quasi invincibile, una gran forza muscolare e nervosa, quasi un maglio che scendeva su un campo e batteva tutto ciò che trovava. Nel buio, fra quelle parole quasi sussurrate come parlasse a se stesso, con quel tono privo di ogni retorica, i gesti sicuri nel guidare calmo lungo le scogliere, mi pareva sempre più un pescatore che stava tornando senza fretta con la sua barca piena di pesci: ma non era tanto il pesce che gli importava, quanto l’andare da solo per mare.
«Se sono soddisfatto di me, non lo so. Ho un carattere spinoso, lo ammetto. Però sono leale. Ho fatto anche a pugni con qualche compagno di gioco. Ma senza pubblicità; a tu per tu, ritenendolo un fatto privato. Col denaro ho un rapporto normale. Sono stato povero e mi rendo conto che il denaro dà più rispetto, più libertà. Tuttavia non sono venale. Non vorrei andare a finire in società dove i calciatori vengono pagati come pozzi di petrolio: mi vergognerei. Non saprei dire se sono soddisfatto, ma provo molto piacere facendo queste gite solitarie, dì notte, in compagnia del mio cane.
«Non ho studiato e non me ne dispiace: la vita mi ha insegnato più cose dei libri. Se non avessi fatto il calciatore, cosa che non riesco a pensare perché ho anche lavorato ma il calciatore l’ho sempre fatto, sarei un contrabbandiere: al mio paese finiscono tutti così. Non sono mai stato un ragazzo. Mi fanno ridere quelli che dicono che a sedici anni un ragazzo è un ragazzo. A sedici anni, io ero un uomo.
Ho dei rimpianti. Mia madre non ha potuto godere del mio successo e della mia agiatezza: è morta prima. Ho dei progetti: andare ai Mondiali di Monaco e fare un buon gioco. Purtroppo non dipenderà soltanto da me: mi occorrono buoni compagni. Ho provato un nuovo dolore: aver perduto Scopigno. Era un grande amico, troppo intelligente per restare a galla. Mi ha insegnato a vedere il calcio come un gioco soltanto nella sua dimensione giusta. Mi ha maturato, aiutato a diventare un uomo. È un allenatore da Nazionale, ma non lo diventerà mai: forse non vorrebbe diventarlo neppure lui.
«Che non mi mandino via da questo posto: io posso vivere soltanto qui oppure a Leggiuno. Se fossi stato a Roma, a Milano, non mi sarei salvato: sarei sicuramente diventato diverso».
Oramai, parlava da solo.
Edgarda Ferri
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Che dire? un altro mondo.altri uomini!
Grazie!!!❤️💙
Un mito che rappresenterà per sempre il Cagliari e Cagliari si identificherà sempre più come la città di Gigi Riva!
Grazie al dott. Orano per aver riaperto dopo tanti anni questo scorcio che ci ha permesso di guardare dentro l’anima del Re. E che emozione leggerne ogni parola: da far imparare a memoria ai viziati calciatori di oggi.
Grazie per essere esistito Re Gigi, anche se purtroppo non ti ho potuto conoscere resterai per sempre nel mio cuore.
Io seguo il calcio, e quindi anche il Cagliari, di sguincio.
Mi sono fermato agli scarpini neri, ai numeri dall’1 all’11, all’educazione ed al rispetto verso lo sport che c’era allora.
Alle cronache di allora.
Oggi le curve sono associazioni a delinquere, sponsor in ogni cm libero di qualsiasi cosa, giornaliste che sembrano escort, calciatori che fanno dell’ostentazione la loro cifra. Hypercars, elicotteri, modelle, tutto documenteto H24. Per me, anche basta. Nausea.
Grazie a Ornano per la pubblicazione dell’articolo. Mi ha riportato indietro di tanto tempo ma è come se fosse ieri. Gigi Riva è in ognuno della mia età.
Che scuola di vita e di umiltà
Intervista confortante. Ho sempre temuto che restasse qui per affetto, per un suo codice dell’onore, ma che soffrisse la mancanza di benefici, attenzioni, scudetti, dei giocatori delle strisciate, (di certo soffrì per il mancato pallone d’oro). Ho anche temuto che abbia sofferto di depressione a carriera conclusa, proprio per i rimpianti. Mi dispiaceva per lui, perchè meritava il massimo che desiderava.
Conforta sapere che il suo timore era, piuttosto, che fosse costretto a lasciare l’isola.
Ho sempre pensato a Gigi Riva così come emerge da questa intervista. Non ho mai avuto l’onore e la gioia di incontrarlo.Nè tanto meno di parlargli. Ma l’idea che mi ero fatto di lui corrisponde in pieno a quanto pensavo. Forse perchè anche io ho perso mio padre quando ero ancora bambino e anche io, come lui, ho dovuto subire le ingiurie del collegio e della assistenza per orfani. L’ho sempre visto come un esempio, come un fratello maggiore da ammirare.
Una visione del gioco del calcio che, ormai, non esiste più. Colpa della Federazione, delle Società, dei procuratori e degli stessi tifosi…..ormai conta solo il risultato…😢