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Euro 2020

Da grande a grandissimo: De Bruyne, il Belgio e l’ossessione del successo continentale

Si è concluso ieri sera il Gruppo B di Euro 2020. Il Belgio, come da pronostico, ha dominato concludendo a punteggio pieno. I Diavoli Rossi, guidati da Kevin De Bruyne, espressione di una generazione ormai apprezzata da tutto il mondo, sono alla ricerca dell’ultimo scalino per suggellare un percorso lungo anni.

Come si misura la grandezza di un calciatore o di una squadra? Esistono unità di misura univoche? Ha ancora senso, nel 2021, parlare del miglior calciatore in assoluto in uno sport vario di ruoli e compiti come il calcio moderno? Tante domande che creano numerosi spunti, ma che in Belgio, tracciano il profilo, oltre che della Nazionale, di Kevin De Bruyne. Il talento cristallino del Manchester City impersona lo stato di fatto di un movimento calcistico che sta vivendo l’epoca più florida della sua storia, con una nidiata di talenti e uomini-squadra capace di spingere il Belgio verso obiettivi prestigiosissimi. Il terzo posto ai Mondiali di Russia 2018 ha fatto volare in alto il Paese a quasi quarant’anni di distanza dal secondo posto agli Europei di Italia 1980. Allora, in una competizione veloce come gli Europei del tempo, l’uomo copertina del Belgio era il portiere Jean-Marie Pfaff più della leggenda del Bruges Jan Ceulemans. Ora, nel calcio moderno e globalizzato, il Belgio, più che sull’interista Romelu Lukaku, anch’egli finalmente grande con l’Inter dopo un amore mai nato con il Manchester United, si identifica nell’estro e nella spaventosa completezza calcistica che sprigiona strapotere tecnico di Kevin De Bruyne.

Il centrocampista (o tuttocampista) del Manchester City simboleggia nel migliore dei modi lo stato di fatto del movimento calcistico belga. Belli, bellissimi, ma ancora mai vincenti. Da anni si parla ormai di una squadra divenuta una certezza dopo anni in cui si è vestita la maschera della “mina vagante”. Tante parole di stima dopo le prestazioni belle a Russia 2018 (colpo di testa mortifero di Umtiti che portò la Francia in finale) dopo la mezza delusione di Euro 2016 (eliminazione ai Quarti col Galles) non sono bastate a placare la fame di De Bruyne. Alla crescita verticale del Belgio non è seguito quel successo che suggella la superiorità attestata dal ranking FIFA, sormontato dai Diavoli Rossi da Aprile. La sensazione è che, almeno sul fronte Europei, questa sia l’ultima occasione per cogliere un successo di squadra che il Paese, e molti addetti ai lavori, attendono. Il 29enne De Bruyne sembra essere all’apice, ma scarseggiano le grandi kermesse, almeno europee, visto l’approssimarsi del mondiale qatariota del 2022, per altri compagni di fama come Eden Hazard (30), Courtois (29), Thorgan Hazard (28), Lukaku (28),  Vermaelen (35), Mertens (34), Vertonghen (34), Witsel (32) e Chadli (31).

L’ossessione vittoria sembra accompagnare anche il percorso di De Bruyne. Avevamo accennato alla sua capacità di essere un calciatore totale, confermata da capacità di svolgere tutti i ruoli del centrocampo con propensione a far male al momento del tiro. Chiunque vorrebbe un calciatore così e chiunque avrebbe fatica ad eleggere un centrocampista, in attività oggi, superiore, o pari, a De Bruyne. Gli attestati di stima, però, non bastano più al Belgio e a Kevin. Come non bastano più i premi individuali a quest’ultimo, capace di essere il calciatore dell’anno della Premier League, lui del City, nella stagione dello storico ritorno in vetta del Liverpool. De Bruyne e il Belgio ricercano quel quid in più per diventare, da grandi, dei grandissimi, insomma per diventare indimenticabili come nazionali che tutti ricorderanno d’ora in avanti. Solo un trofeo alzato al cielo può realizzare l’obiettivo e, anche, per uscire dal digiuno di successi rotto dai vicini olandesi a Euro 1988 dopo la pesante nomea della “nazionale perdente più forte del mondo”. De Bruyne, dopo tre Premier League con il City, ci è andato vicino in Champions League: i Citizens si sono arresi in finale al Chelsea.

Messa in archivio la delusione per la Coppa dalle grandi orecchie, con una gara non giocata appieno a causa del bruttissimo scontro con Rudiger in cui De Bruyne ha avuto la peggio, il miglior costruttore di gioco al mondo (definizione che calza a pennello dopo il premio assegnatoli dall’IFFHS), ha preso per mano il suo Belgio nella campagna europea. La formazione di Martinez ha fatto la voce grossa nelle tre gare contro Russia, Danimarca e Finlandia e, forte anche dello spirito trascinante del suo leader, ha concluso il gruppo a 9 punti. De Bruyne, a suo modo e nonostante i problemi al volto causati dallo scontro non ancora del tutto superati, ha già inciso. Da applausi il gol che ha steso la Danimarca, espressione di un’azione corale Lukaku-Tielemans-Thorgan Hazard-Eden Hazard, da applausi la prestazione nella vittoria con la Finlandia, dove è stato man of the match.

“Vincere l’Europeo è l’obiettivo, nessuno è qui per partecipare. Tutto o niente in tornei del genere: abbiamo iniziato bene ma dobbiamo continuare a lavorare”. Così De Bruyne ha commentato la gara contro i finnici a Sky Sport. Poche parole, all’apparenza di facciata, ma che sintetizzano l’anticamera del paradiso sportivo che vivono Kevin e il Belgio. Sulla cresta dell’onda, esaltati da tutti, ma non ancora potenziati dal successo di squadra che scolpirà una volta per tutte il nome di Kevin De Bruyne nell’olimpo dei centrocampisti più forti di tutti i tempi. Che ci piaccia o no, il belga ha coniato un nuovo modo di essere dominanti fisicamente e tatticamente nella zona nevralgica del campo. Dopotutto, nel suo palmares figurano tre Premier League (2017/2018, 2018/2019 e 2019/2020) con un tecnico, Pep Guardiola, che in quel reparto ha costruito il suo verbo.

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