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Srna: “Ho vissuto tre guerre: dalla Croazia all’Ucraina, fino al doping”

Prima parte dell’intervista della Gazzetta dello Sport a Darijo Srna: una vita di guerre e battaglie, da bambino in Croazia, poi la crisi in Ucraina e il caso doping.

L’INTERVISTA. La vita di Darijo Srna è stata un viaggio pazzesco. Uomo con la U maiuscola, Srna ha vissuto due guerre tra Croazia da bambino e Ucraina da adulto. Poi la battaglia personale con la Wada per il caso doping. La lunga carriera in Nazionale e una vita passata allo Shakhtar. Ma ora c’è il Cagliari, la famiglia e il futuro.

Darijo Srna si racconta in un’intervista a La Gazzetta dello Sport. Ecco la prima parte (qui la seconda; qui la terza).

INFANZIA RUBATA: LA GUERRA IN CROAZIA.Ci hanno detto dateci la vostra macchina, dateci le chiavi. Siamo andati alla Polizia che ha fatto finta di niente. Avevo un fratello con dei problemi, bisognava accompagnarlo in una scuola speciale, non potevamo stare senza macchina. Mia madre ha fatto le pulizie, ha spalato la neve, facevamo il possibile per racimolare soldi e comprarne un’altra“.

LA CRISI IN UCRAINA.Uscivamo e non vedevamo niente, non cadevano bombe intorno a noi. Ma la gente del Donbass soffriva e gli ultimi 4 anni sono stati difficili. Tanti voli da prendere, giocavamo sempre fuori casa. E il calcio senza tifosi non esiste“.

CASO DOPING.L’ho provato alla Wada, sono innocente. E infatti ho avuto la pena minima, 17 mesi, fossi stato davvero colpevole avrei avuto una squalifica molto più lunga. Poi è arrivato il presidente Giulini, che mi ha voluto come sono. Gli amici mi dicono, Darijo, ma ti rendi conto che la gente paga per vivere in Sardegna e invece ti pagano per stare lì?“.

PERIODO DIFFICILE.Avevo perso tutto in un attimo. Prima il doping e la squalifica, e mi cade il mondo addosso. Poi il presidente Akhmetov dello Shakhtar che mi dice che non mi rinnoveranno il contratto, ed è un altro pugno in faccia. Lo capisco, fa il suo lavoro, lo Shakhtar è il mio amore, so che deve crescere dei giovani. Io però avevo comprato una bella casa a Donetsk, il presidente aveva aperto una scuola internazionale dove andavano i miei bambini. In un soffio, tutto sparito. Ero a pezzi. La squalifica è stato il momento peggiore della carriera, ma sono robusto. Quel che non ti ammazza ti fortifica”.

TRA DOLORE E SOSTEGNO.Mio padre ne ha attraversate tre. Quando ero bambino, in Croazia, avevo paura tutti i giorni. Faceva il fornaio, usciva per portare il pane alla gente che non poteva andare nei negozi. Noi lo guardavamo partire e non sapevamo se sarebbe tornato. Quel che sono lo devo a lui, ma sono grato anche a Lucescu e al suo vice Nicolini che mi hanno trasformato in un terzino. Sono grato a Guardiola che ha avuto un problema con il doping simile al mio e mi ha spinto a lottare. Mi diceva “Fallo per il tuo nome, per i tuoi figli. Nel calcio non esiste il doping, esistono gli errori”. Mi ha aiutato molto, come Boban, Stanic, Modric, tanti altri giocatori ed ex giocatori che mi sono stati vicini. E Mario Mandzukic, logicamente. Un campione e un grande amico”.

Leggi il resto dell’intervista: qui la seconda parte; qui la terza.

 

 

 

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