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Quando le bandiere diventano allenatori

Vivere una squadra. Avere una maglia come seconda pelle, significa anche questo. Portarsela dietro, inevitabilmente, anche una volta finito di calcare i campi con i tacchetti da 12. Indossati i mocassini, messa la camicia e la giacca d’ordinanza, sistemata la cravatta con il nodo ben fatto, perché ora bisogna tenere un certo stile, spesso rimane quel senso d’appartenenza che non si esaurisce mai. Essere un esempio non significa non poter mettere la maglia della squadra del cuore sotto giacca e cravatta, seduti in panchina.

E i casi dei giocatori che sono stati bandiere di una squadra e poi ne diventano allenatori non sono nemmeno pochi, anzi. Tanto che dire che “non ci sono più le bandiere” è diventato evidentemente poco credibile. Le bandiere ci sono; semplicemente si sono spostate di qualche metro, dal campo alla panchina.

Seedorf, Pippo Inzaghi, Brocchi. No, al Milan non è di certo andata bene. E il prossimo che rischia di bruciarsi è lo stesso Rino Gattuso (335 presenze, due scudetti e due Champions col Diavolo). Promosso dalla primavera del club rossonero e messo frettolosamente alla guida della prima squadra, “Ringhio” per ora ha conquistato quasi solo brutte figure (vedi il punto regalato al Benevento, con annesso gol di Brignoli, le due imbarcate con Rijeka e Verona e l’unica gioia contro il Bologna).

Le cose vanno diversamente invece per Eusebio Di Francesco: 129 presenze e lo storico scudetto del 2000-2001 con la Roma, di cui ora è allenatore. L’esperienza in panchina in A per l’ex tecnico del Sassuolo è certamente un grande vantaggio, da cui sembra riuscire a trarre beneficio tuttavia non solo in campionato (4° e con una partita in meno) ma anche in Champions, dove ha vinto un girone di ferro con Chelsea e Atlético Madrid.

Decisivo in campo, con 196 presenze e 55 gol, decisivo anche in panchina, Simone Inzaghi, che in una stagione e mezzo (più sei partite di quella in cui sostituì Pioli), è riuscito a riportare la Lazio tra le grandi, lui che la Lazio in Europa già l’aveva vissuta da giocatore. L’area di rigore era il suo habitat naturale (è il capocannoniere biancoceleste nelle competizioni europee, con 20 reti) ma non si trova male anche in panchina, anzi. Ne sia dimostrazione la Supercoppa italiana vinta contro la Juve nell’agosto scorso, o, ancor di più, l’ottima stagione che sta vivendo la sua Lazio: 5° con una partita in meno e vincitrice del girone di Europa League, risultati raggiunti con un gioco spesso spumeggiante.

Nella media, almeno per risultati, proprio Stefano Pioli, che ha vestito la maglia viola 172 volte tra il 1989 e il 1995, in qualche occasione anche con la fascia di capitano al braccio. Quest’estate ha intrapreso l’avventura con la sua Fiorentina, che ora occupa il nono posto, in attesa di ingranare con il gioco richiesto dalla vecchia bandiera e che i tanti giovani in rosa devono ancora fare loro. Una bandiera vera, in ogni caso, proprio come Rolando Maran: oltre 330 presenze e tante da capitano con i clivensi, nell’allora C2.

E se il caso studio per il tema è certamente, e con ottimi risultati, Pep Guardiola al Barca (ma si possono citare anche i vari Capello e Ancelotti al Milan o Ranieri alla Roma), per i sardi non si può non pensare a mister Diego López, “El Jefe”, già tecnico dei rossoblù nella stagione 2013-2014 e attualmente allenatore del Cagliari.

Una bandiera, come pochi nella storia del club, in cui è entrato nel 1998, uscendo, come giocatore, solo nel 2010, dopo 334 presenze con la maglia rossoblù incollata al petto. Dodici anni di Cagliari, di cui tre da capitano, vissuti al centro della difesa, hanno il solito seguito che già conosciamo: prima in panchina con la Primavera, a luglio 2012, poi, neanche tre mesi dopo è già allenatore in seconda “ufficioso” di Ivo Pulga, con poteri da primo. La stagione successiva è allenatore ufficiale dei rossoblù, prima di essere esonerato ad aprile, sostituito dallo stesso tecnico modenese.

Ma l’avventura di Lopez al Cagliari è destinata a non concludersi qui e dopo le esperienze a Bologna e Palermo torna in Sardegna, a ottobre 2017, per sostituire Massimo Rastelli. Nuovamente al Cagliari, per rialzarlo dalla crisi di risultati in cui era incappato. Nuovamente con la sua maglia cucita sul petto. Perché le bandiere ci sono ancora, solo si stanno spostando in panchina.

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