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Figlio mio, ti racconto una fiaba: “Gli eroi del Cagliari tricolore”

Sono nato nel 1981, undici anni dopo quel magico 1970 che ha donato a Cagliari una storia immortale. Io, da cagliaritano appassionato della città e del calcio, mi sono sempre nutrito dei dettagli che si percepivano di quella storia. Un evento unico, irripetibile, da tramandare ai posteri come si diceva una volta. I racconti di mio padre, dei suoi coetanei che ne hanno fatto praticamente una fiaba. Ringrazio di essermi appassionato al pallone, a “quel” pallone, che ha ben poco da spartire con il calcio viziato e tecnologico di oggi. Ho letto praticamente tutto sul Cagliari dello scudetto, del prima-durante-dopo il 12 aprile 1970 che ha svolto, a sua insaputa, il ruolo di spartiacque: ebbene sì, un successo sportivo può fare tanto, tantissimo. Tra le mille conseguenze, quella di suscitare in un giovane padre come il sottoscritto il desiderio di raccontare quella storia ai suoi figli.

Come una fiaba… da riascoltare e custodire.

Venite qui, sul divano accanto a me. Vi racconto una storia. C’era una volta un gruppo di ragazzi, che desideravano fare qualcosa di speciale. Avevano un sogno: diventare i più forti giocatori di calcio e portare a Cagliari un dono bellissimo, colorato, come la bandiera italiana. Sì, proprio così: verde, bianco e rosso. Ma per riuscirci avrebbero dovuto combattere ben trenta battaglie, ogni domenica. Come fare?

Andrea era un uomo piccolino di statura, aveva gli occhi azzurri e conosceva tutti. Proprio tutti, compresi gli uomini più ricchi e importanti. Il Cagliari era già forte, se ne era accorto chiunque. Tanto che era riuscito a sfiorare il trofeo: peccato, lo vinsero i ragazzi di Firenze. Tanti applausi a loro, però non c’era tempo da perdere. Andrea voleva strappargli quel trofeo, che tutti chiamavano lo Scudetto. Sapete cosa fece? Andò a Milano, da uno di quegli uomini importanti che conosceva. Loro volevano Bonimba, il nostro fortissimo numero 9. “Va bene”, disse Andrea a Ivanhoe, il presidente di quei milanesi che indossavano per giocare una maglia nerazzurra. “Però”, ribatté il nostro eroe dagli occhi azzurri, “voglio tre dei tuoi giocatori. Altrimenti non se ne fa nulla!”. Ivanhoe ci pensò un po’. “Voglio Domingo, Cece e Bobo”. Il milanese si convinse. Affare fatto. Ancora una volta, Andrea aveva ottenuto il suo scopo e se ne convinse pure il presidente rossoblù, Efisio. Incontrò i tre nuovi giocatori, prese con loro l’aereo e li portò in Sardegna.

Il trio prese bene quel trasferimento, anche se in un posto così lontano. Prima di toccare la terra ferma, avevano visto dai finestrini un mare stupendo che li attendeva. Colori magici, un sole meraviglioso. I quattro, una volta scesi, andarono dal Filosofo. Era un uomo di mezza età, magrolino, sempre con la sigaretta sulle labbra. “Sei furbo, Andrea! Sei riuscito a fare un bello scherzo a Ivanhoe… lui ora è contento perché ha ottenuto Bonimba, peccato non sappia che ad aprile arriveremo prima di lui”. Ad aspettare quei tre ragazzi nuovi, non c’era solo il Filosofo ma tutto il gruppo del Cagliari.

Il capitano era Piero, sveglio e intelligente: sapeva sempre cosa fare e dire. Tutti lo seguivano. Ricky volava tra i legni della porta senza guanti, con coraggio e un po’ di follia. Il compito di annullare il numero 11 avversario spettava al bravo Mario il Barese, inconfondibile con il suo accento. In fondo, dall’altra parte giocava Giulio che pure lui conosceva Milano: non aveva giocato in nerazzurro, bensì in rossonero. Davanti a Ricky il lungo Comunardo. Che nome buffo, vero bambini? Tomas controllava la situazione. Poi c’erano gli altri. Riccio inventava con il suo destro fatato, il nero Claudio correva su e giù come un forsennato. Mario il Veneziano era così bravo con il pallone da poter fare numeri da circo, anche se non giocava sempre così come il coriaceo Eraldo e lo sgusciante Corrado. Adriano aspettava con calma che Ricky gli lasciasse la porta, qualche volta. Ci voleva proprio una gran pazienza! Figurarsi per il giovane Moriano, che doveva aspettare sia Ricky che Adriano.

Vicino alla porta avversaria, giocava Rombo di Tuono. Questo nome vi piace, vero bimbi? Aveva le spalle larghe, l’espressione un po’ corrucciata che incuteva timore, due gambe poderose. Aveva un’arma segreta, sapete? Era il suo piede sinistro. Quando decideva di colpire il pallone con quel piede, la sfera diventava un missile e quasi tutti i portieri non riuscivano a bloccare i bolidi scagliati da lui. Rombo di Tuono era arrabbiato, triste. Aveva perso presto prima il papà e poi la mamma, ha sofferto tantissimo. Così, sfogava la rabbia mettendo tutta la sua forza in quei tiri micidiali. Gol, gol, ancora gol! Rombo di Tuono era il più temuto della nostra squadra, lo conoscevano tutti. Talmente forte che ogni anno cercavano di portarlo via da Cagliari: Andrea era però bravissimo a respingere le richieste da altre città, soprattutto da Torino.

La squadra, guidata dal Filosofo, si trovava a meraviglia. Domingo era diventato subito il padrone della fascia destra, imprendibile! Bobo invece si mise affianco a Rombo di Tuono, aiutandolo con grande astuzia per battere i portieri. Cece dava una mano ogni qualvolta c’era bisogno. Le cose andavano benissimo, erano primi in classifica! Poi però successero delle cose meno belle. Il Filosofo litigò con le giacchette nere e lo allontanarono dalla squadra per mesi. A Rombo di Tuono non diedero un bellissimo pallone dorato che si era meritato, come premio per il suo inestimabile valore: lo diedero invece a Gianni, suo amico che giocava a Milano, il bomber però ci rimase male. Fu così che la sua rabbia divenne più grande e i suoi bolidi sempre più potenti! Tomas purtroppo si fece male a un ginocchio, dovette abbandonare i compagni con grande tristezza accudito da dottor Augusto e le amorevoli mani di Domenico. Per sostituirlo, il Filosofo fece una mossa geniale. Mise Piero al posto di Tomas e fece entrare Mario il Veneziano: il Cagliari continuò a vincere, verso la più importante battaglia di tutte… quella di Torino.

Lì aspettavano i bianconeri, fortissimi pure loro ma non quanto i ragazzi del Filosofo. Fu chiamato come arbitro un signore maestoso ed elegante, pure lui temuto e rispettato ovunque: Concetto il Siracusano. La tensione si tagliava a fette, a Torino bisognava dare l’anima perché perdere avrebbe potuto allontanare il Cagliari dallo Scudetto. E nessuno voleva questo, a cominciare da Rombo di Tuono. Per dargli forza, Tomas gli inviò un messaggio affettuoso. Lui aveva purtroppo il ginocchio ancora malato e gli scrisse: “Gioca anche per me”. A Rombo di Tuono scesero due lacrime, che avrebbe trasformato in arme letali contro Roberto, il portiere dei bianconeri. Prima segnarono loro, in un modo assurdo! Comunardo si sbagliò, infilando Ricky con un colpo di testa nella nostra porta! Ricky gliene disse di tutti i colori a Comunardo, poverino.

Tuttavia i ragazzi non si persero d’animo. Rombo di Tuono, con un guizzo, mandò il pallone alle spalle di Roberto. Erano pari. Poi Concetto il Siracusano diede un rigore ai bianconeri. Un rigore è la possibilità di tirare un bolide contro il portiere, senza che nessuno ti possa disturbare. Helmut, il biondo dei bianconeri, poggiò la palla davanti a Ricky che… gli respinse il tiro! Ma Concetto il Siracusano lo fece ripetere, tutto da rifare. A Ricky cedettero i nervi dalla rabbia. Sul successivo tiro di Pietruzzu non ci fu nulla da fare: 2-1 per i bianconeri. Non poteva certo finire così! L’arbitro siciliano disse a Piero di lanciare il pallone verso Rombo di Tuono, poco dopo diede un rigore anche al Cagliari. Il nostro bomber calciò di sinistro, Roberto riuscì a toccarla ma la palla gli scivolò via ed entrò in rete, per la sua disperazione. 2-2! Il Cagliari non aveva perso a Torino, lo Scudetto si avvicinava sempre di più.

Meno di un mese dopo arrivò un’altra domenica da vivere come una guerra, però nell’aria si respirava qualcosa di strano, di diverso. L’atmosfera era più bella, frizzante. Il campo Amsicora, dove il Cagliari combatteva in città le sue battaglie, traboccava di persone. Erano ovunque, in ogni angolo, sedute o in piedi, quel 12 aprile 1970. Quel giorno arrivarono i baresi. Per affrontarli, scesero sull’erba: Ricky, Mario il Barese, Eraldo, Piero, Comunardo, Cece, Domingo, Claudio, Bobo, Mario il Veneziano e Rombo di Tuono. Proprio quest’ultimo, tuffandosi di testa vicino al palo avversario, segnò il primo gol che fece esplodere l’Amsicora! Poi il secondo lo fece Bobo, con un bellissimo tiro imparabile. 2-0. I bianconeri di Torino, che ci inseguivano, persero a Roma la loro partita… non avrebbero più potuto raggiungere il Cagliari! Lo Scudetto era vinto, finalmente! Il terreno di gioco fu invaso da tantissimi tifosi, le bandiere erano ovunque. Così successe pure nelle strade della città. Cagliari e i cagliaritani impazziti di gioia! Chi suonava il clacson della macchina, chi saliva sul tetto per sventolare la bandiera, un delirio! Un avvenimento così bello non era mai stato vissuto e se ne parla ancora oggi, così come l’ho raccontato io a voi bambini miei.

Una favola senza tempo.

Perché una storia così… dopo gli “Eroi del Cagliari tricolore”… non la potrà più riscrivere nessuno.

 

Concetto il Siracusano è Concetto Lo Bello, Ivanhoe è Ivanhoe Fraizzoli. Grazie a Enrico (Ricky) Albertosi, Mario (Mario il Barese) Martiradonna, Giulio Zignoli, Pierluigi (Piero) Cera, Comunardo Niccolai, Giuseppe (Tomas) Tomasini, Angelo (Domingo) Domenghini, Claudio Olinto de Carvalho “Nenè”, Sergio (Bobo) Gori, Ricciotti (Riccio) Greatti, Luigi (Rombo di Tuono) Riva, Adriano Reginato, Moriano Tampucci, Eraldo Mancin, Cesare (Cece) Poli, Mario (Mario il Veneziano) Brugnera, Corrado Nastasio, Efisio Corrias, Manlio (Il Filosofo) Scopigno, Andrea Arrica, Augusto Frongia, Domenico Duri.

Per sempre campioni.

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