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Articolo del Tifoso: Caro Barella, addio. Ora avanti il prossimo

Pubblichiamo l’articolo di una nostra lettrice su Nicolò Barella, trasferitosi all’Inter da pochi giorni. Le sue considerazioni

Ho iniziato a seguire il calcio poco più di un anno fa, profondamente colpita dalla morte di un uomo che, con la stessa delicatezza e semplicità con cui è vissuto, se n’è andato, lasciando un grande vuoto dietro di sé. Così mi sono avvicinata al Cagliari, la stessa squadra di mio padre e di mio nonno, quella che non va in Champions League, ma che ha una lunga ed emozionante tradizione, che rappresenta la mia regione e che per questo mi rende orgogliosa.

Dopo Astori in poco tempo quel ragazzo giovanissimo, appena un anno più grande di me, capace di prendere per mano i compagni con grinta ed entusiasmo, che già ha una sua famiglia e protagonista di una carriera in vertiginosa ascesa, è diventato immediatamente un esempio. Dava soddisfazione il modo in cui parlava della Sardegna, del Cagliari, nelle interviste rilasciate nel finale della scorsa stagione, quando ormai con un piede nella Serie B si è unito agli altri giocatori nel disperato e poi soddisfacente tentativo di salvare l’insalvabile. In quelle circostanze ho pensato che noi giovani avessimo ancora qualcosa da dire, qualcosa da dimostrare in questi tempi di confusione, in cui sembra che ciò che siamo passi dritto per i like ad una foto su Instagram.

Da questa cessione perdono in molti.

Perde la società, che pare aver venduto in comode rate il suo campioncino senza aver portato a casa quello che realmente sarebbe stato necessario per rafforzare nell’immediato, con determinazione, una squadra con del potenziale ma che necessita ancora di una scintilla per dare ai tifosi quello che meritano in un anno così importante.

Perde la Sardegna, che ancora una volta è una regione di cui noi sardi non sappiamo fidarci, in cui continuiamo a credere troppo poco. Sarebbe bello se ogni tanto, prima di scappare sicuri della chimerica equazione per cui oltre questo mare necessariamente ci sarà qualcosa di più, ci prendessimo la responsabilità perlomeno di provarci, perché magari potremmo scoprire che siamo noi a dare valore e significato alla nostra isola, e che non esiste terra che dia frutti di per sé, senza essere arata con sudore.

E per quanto da persona realista e viziata dalle comodità di oggi non nego che togliersi qualche sfizio nella vita sia sempre piacevole, guai a chi mi continua a dire che per due milioni e mezzo non poteva che partire. Sarebbe un’offesa ai tantissimi italiani che non riescono ad arrivare a fine mese, a quelli per cui guadagnare cinque volte il loro attuale stipendio significa addormentarsi la notte senza il terrore di non riuscire a pagare l’affitto, o senza il senso di resa di chi pensa che non avrà mai una casa e una famiglia sua, perché non se la può permettere; significa che magari a queste condizioni si potrà mandare il proprio figlio a basket, e anche ad un compleanno in più, perché questa volta si potrà anche comprare il regalo come fanno gli altri. Il passaggio da mezzo milione di stipendio all’anno a due milioni e mezzo serve a comprare una casa più grande, con un televisore più grande e un garage più grande per metterci auto più costose: guadagni più importanti che hanno un valore meno importante.

E poi beati i calciatori di Serie A, anche quelli più “sottopagati”, perché i soldi che hanno sono abbastanza da concedere loro di essere liberi: se si ha il necessario e anche ben di più di ciò che serve, ci si può anche permettere di essere liberi, come pochi possono. Con il necessario per vivere e farsi anche una bella vacanza, comprarsi un bel vestito, si può decidere di vivere secondo dei princìpi, si può anche realizzare un sogno, rappresentare qualcosa senza finire per strada. Ecco, se Barella se ne fosse andato solo per soldi (e spero vivamente non sia così), anche lui avrebbe perso qualcosa, almeno in termini di libertà.

Intanto continuo ad aspettare chi sceglierà la nostra maglia perché ci crederà sino alla fine. Se pensassi che le scelte di Riva, Conti, Cossu siano scelte tramontate e non più immaginabili, isolate e oggi assurde, penserei che le loro siano state pazzie. Invece secondo me sono state un sogno, e i sogni sono tali solo se qualcuno è disposto a raccoglierne con orgoglio l’eredità, e sono convinta che prima o poi altri predestinati ci faranno sognare ancora.

Non mi dilungo oltre, non voglio annoiare nessuno con le idee ancora ingenue di una ventunenne che sicuramente sarà criticata per queste parole. E dato che nessuno è insostituibile a meno che non abbia il cuore di esserlo, è giusto voltare pagina. Le voci di mercato impazzano, si parla di Nandez e Rog…

di Fanny Boninu

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