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Canzi, dai buoni pasto alla Primavera: “A Cagliari non sono più ospite. Ecco cosa faremo in questo quarto anno”

L’allenatore della Primavera rossoblù si racconta: la vita precedente, tra buoni pasto e villaggi turistici. Ora la Sardegna nel cuore: “Confondo andare con tornare”.

LA STORIA.Ho avuto tre vite” è il mantra di Max Canzi. Nelle vite precedenti si è diplomato all’Isef, poi è stato attaccante in Seconda Categoria, ha guidato ambulanze, venduto buoni pasto, lavorato per un tour operator, fatto l’animatore nei villaggi turistici. Ma la passione per la panchina è sempre stata lì, filo conduttore tra le mille esperienze vissute.

CANZI OGGI. Ora Max Canzi ha cinquantadue anni. Milanese fino al midollo: nel capoluogo lombardo suonava la chitarra nei locali rock degli anni Ottanta. Chef provetto, tra risotti e bottarga. E nel tempo libero, si fa per dire, è allenatore della Primavera del Cagliari. Una persona che conoscere e scoprire è davvero un piacere. Che si racconta oggi in una bella intervista su L’Unione Sarda.

QUARTO ANNO. Gavetta in periferia, poi l’amicizia con Mario Beretta e, nel 2015, lo sbarco in Sardegna, dove ha ereditato la Primavera da Vittorio Pusceddu. Questo è il quarto anno alla guida dei baby rossoblù: 
Ormai c’è un legame forte con il club e con questa terra. Sento di non avere ancora completato il percorso. Mi è stata fatta una proposta nonostante la partenza di Beretta e questo mi ha fatto piacere. È stata riconosciuta la peculiarità, come tecnico e come persona. Soprattutto perché il rischio di essere collegato come appendice di Beretta c’era. Per carità, a Mario non posso che dire grazie. Fa specie lavorare senza di lui. Dodici anni nel calcio sono un’eternità. Indubbiamente, mi mancherà tanto. È un maestro per me, oltre che un amico. Ma è stata apprezzata la mia professionalità, una dimostrazione di grande stima».

NUOVA STAGIONE.Dobbiamo salvarci e farlo con le nostre forze, con i ragazzi cresciuti nel settore giovanile. Poi arriverà anche qualcuno da fuori, certo, servirà per completare la squadra. Sarà un campionato molto competitivo. Se sbagli, retrocedi. Ma il senso di appartenenza è per noi fondamentale. L’obiettivo? Il solito, costruire giocatori salvandoci. Cambia la squadra? È il bello di allenare una Primavera, ogni anno si cambia e si cercano strade e soluzioni diverse. E no, questo non mi spaventa. Anzi, mi esalta».

RITIRO. Quest’anno faremo la preparazione ad Assemini, non ci saranno quindi le camerate come nell’ex colonia di Macomer, ma il concetto non cambia. Tutti devono rifare la camera. Ci saranno poi tre gruppi di lavoro che si alterneranno nei compiti: uno dovrà controllare il materiale in campo, uno sparecchiare e spazzare dopo i pasti, uno tenere pulito lo spogliatoio. Lo ritengo molto formativo. Specie per giocatori vicinissimi al professionismo. Ma l’ultimo gradino è una montagna da scalare. Vorrei che passasse l’idea che quando sporchi, è giusto pulire. Che nulla è scontato, che il rispetto è alla base di tutto. Per non staccarsi proprio ora dal mondo reale

GIOCATORI. “Guide e capitani di quest’anno saranno i tre fuori quota Cadili, Marongiu e Riccardo Doratiotto. Sono i più grandi, i più anziani per militanza e tifosi del Cagliari. Saranno loro a dover spiegare ai nuovi come funziona la Primavera rossoblù. Le maggiori soddisfazioni in questi anni? Colombatto senza dubbio. È vero che è stata una fortuna averlo, con noi, però, è cresciuto tantissimo. Poi Biancu, l’ho fatto esordire da titolare a Milano contro l’Inter con la partita in diretta sulla Rai. Aveva 15 anni“.

FUTURO. Canzi alla Alberto De Rossi (da anni allenatore della primavera giallorossa, senza ambire a panchine professionistiche)? “È una cosa che potrei valutare. Sono una categoria e una fascia d’età con cui lavoro bene e in questi anni ho capito di riuscire a trasmettere qualcosa. Non è vero che i ragazzi di oggi non hanno ideali. Quello che gli dai, te lo ridanno indietro. Stimo De Rossi e lo ammiro per aver fatto questa scelta. E non la escludo per me, anzi. In teoria potrei allenare anche il Real Madrid – si scherza. Ma la Primavera del Cagliari è il mio Real. Ma per me che ho giocato al massimo in Seconda Categoria, il patentino per la Serie A ha un valore immenso. Trent’anni fa, quando allenavo i Pulcini classe 1975 dell’Half di Milano, era impensabile».

CAGLIARI.È la città dove ho trascorso più tempo per lavoro e dove potrei pensare di vivere. Lo ripeto sempre a mia moglie che sta a Milano con i figli che vanno ancora a scuola. Sono arrivato quando il lungomare Poetto stava cambiando e l’ho vista decollare. Ormai a Cagliari non mi sento più ospite. E ho capito quanto mi sia entrata nel cuore quando ho iniziato a confondere il verbo “andare” con “tornare” ogni volta che vado a trovare la famiglia“.

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