Una storia che il trascorrere dei decenni ha portato gradualmente verso l’oblio, come tutte le vicende scomode che tendono a creare imbarazzo. Ma la morte assurda di Giuliano Taccola, calciatore della Roma, non deve essere dimenticata: mai. La gelida ricorrenza del 16 marzo 1969, attorno a un fatto di cronaca avvenuto a Cagliari ma appreso con sgomento – e indignazione – in tutta Italia, è (un anno di più) l’occasione per rendere almeno giustizia morale e umana a un giovane padre, calciatore di Serie A, vittima di una tragedia evitabile che giustizia (nel senso più stretto del termine) non ha avuto.
La tragica fine a Cagliari
Il centravanti della squadra capitolina Giuliano Taccola era reduce da un periodo complicato a causa di vari problemi di salute. L’ottimo attaccante, che nella stagione precedente era andato in doppia cifra mostrando grandi qualità, arrancava. Motivo? Le tonsille non gli davano tregua. Finché fu operato. Avrebbe dovuto osservare un mese di assoluto riposo, invece il recupero fu accelerato rispetto ai tempi previsti. Tra febbraio e marzo era svenuto sia in allenamento che in albergo, la febbre non lo abbandonava e inoltre combatteva i postumi di un infortunio al malleolo. Accompagnò la Roma a Cagliari comunque, accomodandosi in tribuna. Si sentì male – la situazione precipitò dopo la somministrazione di penicillina effettuata dal medico sociale romanista – negli spogliatoi dell’Amsicora, giungendo all’Ospedale Civile ormai già cadavere nonostante tutti i tentativi. Polemiche a non finire per la lentezza dei soccorsi che, nel 1969, non erano certo all’avanguardia. L’ossigeno che manca. L’ambulanza che non arriva. Taccola lasciò la giovanissima moglie e due bimbi in tenera età, a 25 anni da compiere. Perché la sua vita aveva smesso di essere importante per tanti, troppi? Senza dimenticare i problemi cardiaci pregressi: Giuliano Taccola soffriva di endocardite mitralica, ma gli fu concessa ugualmente l’idoneità agonistica. Perché? L’esame necroscopico, a cui assistette pure il medico sociale del Cagliari Augusto Frongia, sentenziò: insufficienza acuta cardiorespiratoria.
Una pagina nera senza colpevoli
Una storia dai lunghissimi – e purtroppo inutili – strascichi legali che non appurarono mai verità e responsabilità, in mezzo a un rimbalzo continuo di versioni spesso molto contrastanti. La sua morte è stata una delle prime grandi tragedie del calcio italiano, ricordata ancora oggi (a distanza di 57 anni) con rabbia e incredulità. La moglie Marzia ha lottato per decenni allo scopo di ottenere giustizia: senza riuscirci. Stride ancora il freddo cinismo dell’allenatore giallorosso Helenio Herrera che, intervistato dopo la tragedia, fece intendere che tutto doveva andare avanti e non c’era tempo per restare a contemplare… Ferruccio Mazzola parlò poi di flebo e probabili sperimentazioni mediche di Herrera sui calciatori: denunciato, fu assolto. Una dolorosa (e brutta) pagina di storia del nostro Paese, che suscita ancora commozione.








Avevo sedici anni e ricordo il fatto e anche che passò velocemente nel dimenticatoio.
Complimenti per l’età Claudio S. e per la passione ancora viva per i nostri colori
Grazie. La passione è sempre la stessa e anche le incaxxature.